Oggi va di moda lo Yemen, ma è in Iran che si decide il futuro del mondo

Oggi torniamo ad occuparci di politica estera per fare il punto sulla situazione mediorientale, troppo spesso trascurato dalla ristretta visione politica del Belpaese. Gli echi di vari attentati, più o meno riusciti, hanno spinto la presidenza Obama a puntare i fari sullo Yemen, stato misconosciuto – fatte salve le meraviglie architettoniche di Sana’a – e

di luca17



Oggi torniamo ad occuparci di politica estera per fare il punto sulla situazione mediorientale, troppo spesso trascurato dalla ristretta visione politica del Belpaese. Gli echi di vari attentati, più o meno riusciti, hanno spinto la presidenza Obama a puntare i fari sullo Yemen, stato misconosciuto – fatte salve le meraviglie architettoniche di Sana’a – e che da un quindicina d’anni riunisce i vecchi Yemen del Nord e del Sud in un’unica repubblica culla suo malgrado (si dice) del terrorismo islamico.

Tutto vero, così come non è escluso che attaccare o bombardare questa estrema frangia meridionale della penisola araba possa ridurre le potenzialità degli attentatori internazionali. Ma per quanto sia apprezzabile benché tardiva la scoperta dello Yemen, credo non sfugga a nessuno che la partita vera sulla sicurezza globale si gioca in Iran.

Molti ottimi commentatori hanno sbraitato negli ultimi mesi sulla passività di Usa e Unione Europea. Vero. Ma cos’hanno proposto come alternativa? Niente; il vuoto pneumatico. Cosa più che ovvia, perché prendersela con chi non fa nulla è facile, facilissimo; proporre il da farsi espone invece a ogni tipo di critiche, specie dai pacifisti a oltranza. E per favore, non mi si venga a parlare di sanzioni. A parte il fatto che contro l’Iran sono pressoché inattuabili, ma poi basta ipocrisie: le sanzioni non hanno mai risolto niente. Sono solo la soluzione comoda per chi non vuole decidere affatto.

Le possibilità vere sono due (cui aggiungere l’attuale dolce far niente, certamente la peggiore di tutte). Uno; appoggiare con forza l’opposizione al dittatore, senza escludere il ricorso alla forza per aiutare l’ancor flebile – ma crescente – lotta contro Ahmadinejad. Due (che ai più apparirà una bestemmia, ma è realpolitik) schierarsi con il governo in carica, calpestando ogni concetto di diritti umani, ma tentando di ottenere in cambio l’ammorbidimento del regime degli ayatollah nella causa dell’equilibrio mondiale.

Sì, perché è tutto da vedere che un eventuale rovesciamento del regime porti a grossi cambiamenti nei confronti dell’Occidente, specialmente se da quest’ultimo non fosse venuto alcun appoggio reale all’attuale opposizione. Dunque, per lasciare le cose come stanno tanto vale fare di necessità virtù e schierarsi dalla parte del male. Se invece, come personalmente auspico e non credo di essere l’unico, l’Europa ma soprattutto gli Usa cominciassero a far pesare la propria presenza militare dal confinante Iraq esplicitando il proprio appoggio alla protesta, si potrebbe finalmente ottenere ciò che mille azioni militari su Yemen, Afghanistan e Somalia non otterrebbero mai.