Recensioni: L’uomo dei cerchi azzurri

Quando è uscito, nel 1996, questo libro ha sancito immediatamente il “caso Vargas” creando un detective ed una squadra investigativa assolutamente inediti.Ironico, pulito, Vargas riesce a trasporate i propri lettori nei meandri di Parigi e condirli per mano fino all’ultima pagina del libro. Ma cosa, in buona sostanza, caratterizza il successo di un libro di

Quando è uscito, nel 1996, questo libro ha sancito immediatamente il “caso Vargas” creando un detective ed una squadra investigativa assolutamente inediti.

Ironico, pulito, Vargas riesce a trasporate i propri lettori nei meandri di Parigi e condirli per mano fino all’ultima pagina del libro.
Ma cosa, in buona sostanza, caratterizza il successo di un libro di Vargas? Perché andrebbe letto?

In realtà le motivazioni sono diverse ma se ne possono prendere in cosiderazione due che, più delle altre, sono caratterizzanti.
Innanzi tutto i personaggi. Se da un lato infatti Vargas adotta una soluzione diffusa nelle storie noir – un commissario supportato da un alter ego – è però vero che è la coppia in sé che non si è mai vista prima.

Jean Baptiste Adamsberg è un commissario che ha difficoltà ad indagare. Non segue una linea deduttiva (come faceva invece Holmes) né si mette alla ricerca di una soluzione. È invece l’esatto contrario: attende che la soluzione arrivi, e nel frattempo si perde nelle sue elucubrazioni. Un uomo simile sa di avere un grosso limite, e di conseguenza cerca un alter ego che lo supporti e lo aiuti nelle indagini. Il prescelto è Danglard, un uomo molto fragile, dedito all’alcol ma dalla mente ordinata e con delle conoscenze quasi enciclopediche.
Già una coppia simile “stride” parecchio, ma non è nulla a confronto della squadra investigativa che fa loro di supporto, per non parlare poi degli “evangelisti” che aiutano Adamsberg in alcune indagini.
L’altro elemento caratterizzante è lo stile. Semplice. Immediato. In sintonia con la concezione della scrittrice, che ritiene che la storia debba essere semplice, come le motivazioni degli assassini.
E’ proprio questa semplicità che permette al lettore di seguire i personaggi lungo le strade parigine, di godere delle descrizioni nei dialoghi e soprattutto di riuscire a restare invischiati nel racconto.
La grande capacità di Vargas è proprio questa: riuscire con la propri prosa ad attirare i propri lettori nel suo universo fantastico e creare in loro la necessità di restarci. Attirato dalle discussioni o dal vagare di Adamsberg il lettore si diverte a proseguire nella lettura, a sorridere degli “evangelisti” o ad incuriosirsi della vita di Danglard, scoprendo una serie di ricordi comuni che Vargas riesce a proporre con molta serenità.
Tutto questo con “L’uomo dei cerchi azzurri”. E siamo solo al suo primo libro. Da allora la sua produzione è cresciuta di quasi un libro l’anno (li scrive in 21 giorni, che sono quelli che prende per le ferie) e in tutti è riuscita a mantenere le stesse caratteristiche che la rendono una scrittrice al di fuori dei canoni.