Berlusconi aggredito: Tartaglia, il web da censurare e quello che non si può dire

Domenica pomeriggio l’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo, a opera di Massimo Tartaglia, uno squilibrato che odiava il Presidente del Consiglio, non è il sintomo di un ritorno agli anni ’70, ma solo di una persona che ha bisogno di uno psichiatra. Come sempre accade con qualunque cosa riguardi l’attuale capo del Governo

Domenica pomeriggio l’aggressione a Silvio Berlusconi in piazza del Duomo, a opera di Massimo Tartaglia, uno squilibrato che odiava il Presidente del Consiglio, non è il sintomo di un ritorno agli anni ’70, ma solo di una persona che ha bisogno di uno psichiatra. Come sempre accade con qualunque cosa riguardi l’attuale capo del Governo però, l’aggressione, ha fratturato l’Italia a metà.

Più che due metà, però, parlerei di tre pezzi: i solidali “senza se e senza ma”, per cui, oltre a chi del PdL fa parte, tutti quelli che per etichetta istituzionale hanno mandato messaggi positivi, auguri, mielosaggini un po’ ipocrite assortite. Poi, secondo pezzo, i solidali “con distinguo”, per cui Antonio di Pietro e Rosy Bindi. Infine, il terzo pezzo, oscurato: “i contenti”.

Ma i contenti, non potevano esprimersi nell’arco istituzionale. Neanche sui giornali. Perché non va bene, non si fa: perché in certe occasioni si “deve” – per etichetta – esprimere questa solidarietà forzosa, quella stessa solidarietà che permetterà, nel prossimo futuro, a Silvio Berlusconi di tornare più forte di prima. Non che a non esprimerla, o farlo con dei distinguo, cambi qualcosa. Ma andiamo con ordine…

I “contenti”, quelli che hanno pensato “Si, godo, si è preso una statua del Duomo in testa ed è anche poco”, non possono sfogare in pubblico, gridandola, quella gioia, ma possono manifestarla principalmente sul web: su facebook, per esempio. Quando scrivo tutto questo, la pagina che accoglie i fan di Massimo Tartaglia, è quasi a centomila iscritti

tartaglia facebook centomila

perché solo lì? Perché ci sono zone del discorso – se qualcuno di voi ha confidenza con Foucault, si capisce tutto meglio – che sono “tabuizzate”, che sono tabù, zone dove anche se parliamo di libertà di parola, di diritti, non tutto è libero. Lì, non si può andare, lì, non si può parlare.

Questa è una di quelle occasioni in cui si manifesta la tabuizzazione di un discorso – la gioia per il ferimento di un avversario – per la quale in tedesco esiste addirittura una parola: schadenfreude, gioia delle disgrazie altrui. Da questo noioso discorso sociologico-filosofico deviamo subito però, perché da questa, che spesso è una autocensura, ci sono delle conseguenze pratiche. Ovvero: la censura sul web.

Il Potere reagisce all’infrazione della tabuizzazione, censurando, minacciando il controllo, di stringere i lacci. Le dichiarazioni interessanti di ieri, erano quelle non dei primissimi riporti di Berlusconi – Bonaiuti al Tg2, per capirci – ma quelle della Gelmini, di Ronchi, della Carfagna, che premevano per un giro di vite contro la libertà di parola sul web.

andrea ronchi censura webQuesto per esempio, è Ronchi:

“E’ scandaloso e moralmente inaccettabile ciò che stiamo leggendo in queste ore su internet e nei social network. Per questo chiederò al ministro dell’Interno di procedere all’oscuramento dei siti in cui si inneggia alla vigliacca aggressione subita dal presidente Silvio Berlusconi”

Senza addentrarci in un’altra disquisizione, ovvero se la morale di cui parla Ronchi debba essere considerata universale, valida per tutti, passiamo a quanto dichiarato da Roberto Maroni, ministro degli Interni, fiancheggiato da una, Gabriella Carlucci, che aveva dimostrato l’ampiezza di vedute a tema internet e libertà, in questo dibattito con Gilioli:

Roberto Maroni, sta valutando di «oscurare i siti Internet che incitano alla violenza». Il responsabile del Viminale, che parla di «apologia di reato» e «istigazione alla violenza» attraverso la Rete, potrebbe già portare nel Consiglio dei ministri di giovedì «delle misure che ci consentano di intervenire per porre fine a questo scempio». Anche il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, chiede al Viminale di bloccare le pagine «in cui si inneggia alla vigliacca aggressione subita dal presidente del Consiglio». E Gabriella Carlucci, parlamentare del Pdl, rilancia: «Internet e i social network stanno diventando, ogni giorno di più, canali e strumenti di diffusione di odio e veleno. È giunto il momento di eliminare definitivamente l’anonimato in rete»

Chiaramente, ci sono voci, e sono voci che sanno di cosa parlano quando parlano di web e di libertà digitali, che non sono molto d’accordo. Per esempio, Vittorio Zambardino:

Ogni tanto qualcuno o molti di loro entra in un gruppo a cuor leggero: che si tratti di “uccidiamo Berlusconi” o di “buttiamo a mare l’immigrato” la grande maggioranza lo fa come se esprimesse una fantasia momentanea, una di quelle follie che tutti pensiamo in momenti di ira, e che la coscienza personale e civile filtra e manda nel cestino delle cose sporche dell’anima (Sì è vero, poi c’è qualcuno che non le filtra, e lancia una statuetta del duomo, ma cosa c’entra la rete? Gli attentatori del passato avevano internet?).

Fa parte del nuovo col quale viviamo, questa leggerezza dello strafalcione: una libertà che i politici prendono per sé quando si tratta di manipolare nei media “tradizionali”. In altri paesi gli utenti internet sono più moderati, è vero. Ma in altri paesi non ci sono politici che fanno la guerra civile verbale all’ora del tg e ministri che insultano intellettuali e dipendenti dello stato a ogni passo. La rete “segue” e “mima”, non crea.

Gli esponenti di governo che parlano di monitorare la rete – ne siamo certi – sarebbero pronti a dire che chi si comporta bene “non ha niente da temere”. Ma intanto invocano filtri e controlli (e repressioni) che, per lo stesso fatto di essere evocati, invitano chi dovrà compiere quelle indagini a una difficile corsa ad ostacoli contro la privacy e la libertà d’espressione, correndo il pericolo di deragliare ad ogni passo dalla legalità

E direi che qui si può sottoscrivere sillaba per sillaba, almeno per quanto mi riguarda. Mentre a proposito di stretta censoria, oggi anche Gian Antonio Stella ne scrive sul Corriere, in un articolo sul quale non sono molto d’accordo, e si prospettano – e anzi: si invitano – giri di vite contro il web, terra “troppo” libera

Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove di­vampa una guerra che quo­tidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Co­me ha spiegato Antonio Ro­versi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da indivi­dui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idio­mi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma im­portante eccezione, il lin­guaggio della violenza, del­la sopraffazione, dell’an­nientamento ». Tomas Mal­donado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comuni­tà elettroniche cessa il con­fronto, il dialogo, il dissen­so e cresce il rischio del fa­natismo. Web significa Re­te ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comu­nicazione, a differenza del­la tivù, sembra potersi eser­citare senza controllo». Ma più libertà di odio è più de­mocrazia? È una tesi dura da sostenere

“Non può tollerare”: quindi deve agire. In che modo? Chiudendo, oscurando, censurando? Diventando la Cina, l’Iran? Se il web è una terra troppo libera, perché abbatte quei tabù di cui vi dicevo prima, dove quelle cose che “non si possono dire”, lì, le si possono dire, credete che ve le lasceranno ancora dire? Vedremo: ma non credo saranno dei prossimi mesi piacevoli, per quanto riguarda le libertà digitali.

Ultime notizie su Governo Italiano

Tutto su Governo Italiano →