Omicidio Nada Cella: Procura potrebbe riaprire l’inchiesta sul delitto di Chiavari

Nada Cella aveva 25 anni quando venne uccisa a Chiavari (Genova) all’interno dello studio commerciale in cui lavorava. Era il 6 maggio del 1996. Un delitto irrisolto, rimasto senza un colpevole, senza un movente. Ora, a 16 anni di distanza dall’omicidio, l’inchiesta potrebbe essere riaperta. Il datore di lavoro di Nada quel giorno fu il


Nada Cella aveva 25 anni quando venne uccisa a Chiavari (Genova) all’interno dello studio commerciale in cui lavorava. Era il 6 maggio del 1996. Un delitto irrisolto, rimasto senza un colpevole, senza un movente. Ora, a 16 anni di distanza dall’omicidio, l’inchiesta potrebbe essere riaperta.

Il datore di lavoro di Nada quel giorno fu il primo a trovare la ragazza riversa sul pavimento dello studio, agonizzante. Colpita con un oggetto contundente che non è mai stato rinvenuto. L’uomo in prima battuta venne iscritto nel registro degli indagati ma la sua posizione dopo poco più di un anno venne archiviata.

«La riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di mia figlia? Ben venga. Da quel maledetto giorno aspetto che si scopra la verità» dice Silvana Smaniotto, la madre di Nada Cella. Ma in base a quali elementi potrebbe essere riesaminato il caso?

Dal Secolo XIX:

Il sostituto procuratore di Chiavari, Francesco Brancaccio, ha infatti chiesto alla squadra mobile genovese, che a suo tempo si occupò dell’inchiesta, alcuni atti dell’indagine del ’96. Ci sono nuovi elementi? Magari un testimone che non si era ancora fatto avanti? No.

C’è però la possibilità che i medesimi indizi repertati 15 anni fa possano, alla luce delle moderne tecnologie investigative, dire qualcosa di nuovo. Ogni anno le procure della Repubblica riprendono in mano i casi irrisolti. E decidono su quali è opportuno tornare a lavorare. Per gli inquirenti chiavaresi il “caso Cella” è uno di quelli.

«Si soffre due volte: una per la perdita della persona cara, l’altra perché la giustizia non riesce a individuare il responsabile – aggiunge ancora Silvana Smaniotto, dalla sua abitazione di Chiavari -. In tutti questi anni ho cercato di sopravvivere, di andare avanti. Se sono qui è perché mi sono fatta forza, ogni giorno. Vivo per i miei nipoti, i figli di Daniela, la sorella di Nada. E spero sempre che qualcuno paghi per quello che ha fatto a mia figlia».

«Io mi sono fatta l’idea di quello che è accaduto a mia figlia, ma non posso rivelarla. So bene che c’è stato chi è finito sotto inchiesta per oltre un anno. Ma io non voglio un capro espiatorio. Io voglio che sia trovato il vero assassino. Mia figlia ha diritto a verità e giustizia».

«Mi fa piacere se si riapre l’indagine, anche se sono piuttosto scettico sulla possibilità che si trovi qualcosa di utile ai fini dell’inchiesta, dopo tutti questi anni», dice il commercialista, oggi 49enne, ex datore di lavoro di Nada.

Ad aprile del 1997, dopo un anno di indagini, la sorella di Nada, scrisse all’allora ministro di Grazia e Giustizia Giovanni Maria Flick, come si legge negli archivi del Corriere:

La famiglia di Nadia Cella, lancia l’ ennesimo appello (…). A un anno circa dalla morte della ragazza ancora non si conosce il nome dell’ assassino. La sorella della donna, Daniela Cella, e’ decisa: “Denuncio l’ inefficienza della magistratura di Chiavari e delle forze di polizia, la mia famiglia e’ distrutta, mia madre non fa che parlare di Nadia e ha deciso di incatenarsi davanti al tribunale. E’ una vergogna, mi chiedo perche’ queste indagini si sono arenate. Abbiamo assunto degli investigatori privati perche’ vogliamo la verita’ , tutta la verita’ , il delitto di mia sorella non puo’ restare impunito. Ci sono un sacco di perche’ senza risposta, noi vogliamo sapere chi ha massacrato Nadia”. Un delitto per ora senza risposta, ma la famiglia Cella non si perde d’ animo. Aggiunge Daniela Cella: “Ci sentiamo presi in giro, ho scritto al ministro Flick, che venga a Chiavari a vedere come non funziona la Giustizia”.

Di una svolta nelle indagini si era parlato già nel 2004:

La svolta nelle indagini nel delitto di via Marsala sembrava essere arrivata nel 2004. Quando la polizia del commissariato chiavarese cominciò a indagare su alcuni vicini di casa di Nada Cella. Si trattava di un gruppo di stranieri di origine albanese, già coinvolti nell’inchiesta sulla mafia del Kanun, che avrebbe condotto sui marciapiedi del Tigullio ragazze dell’Est per avviarle alla prostituzione, costringendole con torture e minacce. La pista si rivelò infondata, e il nome dell’assassino della segretaria chiavarese rimase un enigma.

Via | Città di Genova