Omicidio Sanaa: ridotta la pena del padre a 30 anni

Lui, El Ketaoui Dafani, il 15 settembre 2009 aveva sgozzato la figlia Sanaa perchè questa si rifiutava di vivere secondo i dettami dell’Islam ed era addirittura andata a vivere con un uomo. Spaventato di quel che avrebbero detto gli amici, nonostante fosse un musulmano non praticante, l’uomo aveva deciso di punire la figlia e aveva


Lui, El Ketaoui Dafani, il 15 settembre 2009 aveva sgozzato la figlia Sanaa perchè questa si rifiutava di vivere secondo i dettami dell’Islam ed era addirittura andata a vivere con un uomo. Spaventato di quel che avrebbero detto gli amici, nonostante fosse un musulmano non praticante, l’uomo aveva deciso di punire la figlia e aveva acquistato un coltello con il quale l’aveva sgozzata.

Avevamo seguito l’iter processuale fino alla sentenza e alle relative motivazioni. Ora, a distanza di 7 mesi, la Corte d’assise d’Appello di Trieste gli ha ridotto la pena dall’ergastolo a 30 anni e i suoi avvocati stanno ora valutando la possibilità di ricorrere in Cassazione per ottenere un’ulteriore sconto di pena dal momento che l’uomo avrebbe agito in un raptus – quindi senza premeditazione.

Il difensore dell’uomo, l’avvocato Marco Borella, si è dettoo

dal punto di vista professionale abbastanza soddisfatto in quanto, come chiedevamo noi, è stata riconosciuta la continuazione dei vari reati, circostanza che ha permesso di scongiurare l’ergastolo. Ora leggeremo le motivazioni e fra 90 giorni decideremo se proporre un ricorso per Cassazione. Va comunque rilevato che la sentenza conferma la richiesta di una pena più ragionevole. La sentenza mi convince sempre di più sul fatto che su questa tipologia di reato l’organo giudicante collegiale deve essere imposto per legge: un giudice singolo non può, com’è avvenuto in primo grado, decidere per delitti di questo impatto emotivo e mediatico

A seguito della condanna il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna ha dichiarato

Giustizia è fatta: il padre assassino di Sanaa è stato condannato ad una pena severa e giusta. Le istituzioni stanno in maniera netta dalla parte delle vittime e un processo come quello che si è appena concluso dimostra che le giovani immigrate si possono fidare del nostro Paese, possono denunciare i loro aguzzini e riprendersi la libertà che qui viene loro riconosciuta, devono farlo prima che sia troppo tardi

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