La poliziotta che si finse massaia per incastrare Antonio Iovine

Ad incastrare Antonio Iovine è stata una massaia. Il Sovrintendente della polizia Rosaria Russo, 48 anni, si è infiltrata nella realtà di Casal di Principe, osservando, mappando il territorio, annotando ogni possibilie indizio, circostanza, che potesse condurre al covo del boss dei Casalesi. Fino al blitz del novembre scorso, cui la donna ha fornito un

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Ad incastrare Antonio Iovine è stata una massaia. Il Sovrintendente della polizia Rosaria Russo, 48 anni, si è infiltrata nella realtà di Casal di Principe, osservando, mappando il territorio, annotando ogni possibilie indizio, circostanza, che potesse condurre al covo del boss dei Casalesi. Fino al blitz del novembre scorso, cui la donna ha fornito un contributo decisivo. Per tutti Rosaria Russo era solo una casalinga, che usciva per fare la spesa e svolgere le normali faccende quotidiane. Storie di investigatori, quelli della Squadra mobile di Napoli, alle calcagna di super latitanti, con successo. Conchita Sannino, giornalista di Repubblica, in esclusiva per Polizia moderna, mensile ufficiale della Polizia di Stato, racconta i retroscena dell’arresto di ‘O ninno.

“Dovevo essere una massaia e basta. Una che doveva starci ma passare inosservata. Proprio questa è stata la sfida. Anche una collana o una camicia sbagliata poteva far cadere gli occhi, memorizzare la mia faccia, non potevamo sbagliare” ha raccontato Rosaria Russo.

E ancora: “Parliamo di un paese dove non puoi passare con la stessa auto per due volte in una strada. In caso contrario sentivamo dalle intercettazioni, sia gente normale sia affiliati al clan, chiedersi: Ma quello che è ripassato è il figlio del postino? Ma quella Panda classe A 850 di chi è?».

Dal Corriere del Mezzogiorno:

Alla fine, se i «ragazzi» della squadra Mobile di Napoli ce l’hanno fatta, se la cattura del boss dei Casalesi è stata un punto decisivo nella lotta ai clan di camorra, è anche merito suo. È un gol che probabilmente, senza un buon «assist» (com’è stato quello della poliziotta) non sarebbe arrivato. Merito di tutto la squadra, certo, del capo Vittorio Pisani, dell’ex vicecapo (poi promosso e trasferito) Andrea Curtale, se poi il boss ha perfino ammesso «Avete fatto un colpo che non riusciva a nessuno, vorrei permettermi di offrirvi il caffè»

«Perché io? L’ho capito subito: perché avevo una faccia anonima, una corporatura ordinaria. La mia medietà è diventata la nostra arma. Ogni mattina uscivo ed era la nostra inventiva di squadra a decidere dove dirigermi. Oppure un’intercettazione appena più significativa. Un gioco che ovviamente poteva reggere solo se intorno a me c’era una squadra esemplare di colleghi pronti a farmi da ponte, coprirmi le spalle, o intervenire come comprimari di scena per avallare il mio profilo».

Le famiglie del posto erano da tenere d’occhio: quella Borrata, specialmente. Era la figlia 19enne del muratore incensurato Maro Borrata, infatti, a fare da autista a Antonio Iovine. «Sentivamo che l’ospite occupava i pensieri e le cure di quella famiglia di Casale, soprattutto dal venerdì alla domenica. Sentivamo dai telefoni che si muovevano verso una pizzeria? Pizza anche per me e il collega, finti fidanzati al tavolo, per vedere se portavano via una pizza in più per un presunto ospite». Tutto ciò, fino al «giorno del panettone», quello in cui la famiglia si preoccupò di recuperare con urgenza un panettone Tre Marie con l’uva passa. Era solo il 16 novembre, e a chi intercettava le conversazioni, la richiesta apparve, come dire, insolita…

«C’erano giorni in cui il fidanzato veniva letteralmente seminato – conferma lei –. All’oscuro dell’esistenza dell’ospite, quel giovane torturava il cellulare pur di ristabilire un contatto con la sua fidanzata, che evidentemente era assorbita dalla delicatezza del compito di autista, vivandiera, assistente». Anche le risorse di presenza teatrale sono servite. Una volta, in attesa dedel passaggio di una vettura dei Borrata senza destare sospetti, Rosaria e il collega Vittorio si inventano una lite. «Ci siamo buttati sul repertorio classico: la suocera – ne sorride ora –. Un altro collega era mimetizzato con una tuta e una busta da salumeria con un panino, proprio come un immigrato di ritorno dal lavoro sui cantieri, confuso tra le centinaia di extracomunitari che a quell’ora, a Casale, rientrano da una giornata di manovale. Tutti e tre a quell’incrocio».

Via | Poliziamoderna

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