Omicidio Simonetta Cesaroni. Le polemiche dopo la condanna a 24 anni di carcere per Raniero Busco

La condanna di Raniero Busco, ne parlavamo ieri, sta suscitando una serie di polemiche che, visto il ricorso in appello da parte dei legali dell’imputato, potrebbero non placarsi tanto facilmente.Il Tempo, che titola “Condannato e non colpevole“, spiega che “tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove“.


La condanna di Raniero Busco, ne parlavamo ieri, sta suscitando una serie di polemiche che, visto il ricorso in appello da parte dei legali dell’imputato, potrebbero non placarsi tanto facilmente.

Il Tempo, che titola “Condannato e non colpevole“, spiega che “tutti attendevano un verdetto che riecheggiasse la vecchia formula ormai abolita dal codice: insufficienza di prove“.

Molti indizi e nessuna prova, ma sono bastate poco più di tre ore di camera di consiglio per prendere una decisione e condannare Busco a 24 anni di carcere per l’omicidio di Simonetta Cesaroni.

Sono in molti a credere all’innocenza di Busco. Tra questi anche il criminologo Carmelo Lavorino, già autore del libro “Il delitto di via Poma. Sulle tracce dell’assassino“.

Busco doveva essere condannato per la troppa forza tecnica dell’accusa, per la logica dell’invincibilità accusatoria. Busco è stato condannato anche per l’inconsistenza della strategia difensiva perché Roma doveva chiudere il caso via Poma. La sentenza di condanna a 24 anni per Busco non risolve il caso di via Poma, lascia troppi interrogativi sospesi e irrisolti, dubbi e contraddizioni. Busco avrebbe dovuto chiedere diverse perizie, fra cui l’ora della morte di Simonetta, se trattasi
di assassino mancino, l’analisi del dna sul corpetto e sulla porta, l’analisi totale sulla fotografia del capezzolo col morso asserito e della propria dentatura. Avrebbe dovuto fare invalidare il ritrovamento del corpetto e del reggiseno, rimasti incustoditi per oltre 15 anni. Avrebbe dovuto produrre un’analisi criminale a 360 gradi ed andare a guardare laddove io ho guardato, a cominciare dall’Aiag, l’azienda dove Simonetta lavorava. Perché tutti hanno fatto a gara a dimenticare Simonetta, indagare su comportamenti stranissimi, tagliacarte che prima
scompaiono e poi vengono miracolosamente lavati e messi a posto, strane telefonate che non si ha certezza che siano state effettuate, quando e da chi. Mi auguro che il processo d’appello risolva il caso di via Poma in tutti i suoi come, quando, in che modo, come, dove, per chi, perché, cosa e chi.

Sulla condanna di Busco è intervenuto anche lo scrittore Alberto Bevilacqua, convinto che la vicenda sia “del tutto assurda“:

Quella casa di via Poma è maledetta. Due anni prima in quel palazzo ci fu un altro delitto di una donna. Io lo feci notare. Nessuno mi ha mai dato retta. Dimentichiamo che c’è stato anche il suicidio del portiere Vanacore? Ma insomma, un uomo si toglierebbe la vita perché un fidanzato ha ucciso la fidanzata? Non sta né in cielo né in terra. Avrei quasi preferito l’ergastolo. Sarebbe stata una condanna assurda anche questa ma forse più accettabile. Che senso ha la gradualità della colpa quando non c’è certezza di nulla in questo processo. Non e’ chiaro il retroscena, non è chiaro nulla. E’ in gioco la coscienza e c’è una vita distrutta.

Premesso che sarà necessario attendere le motivazioni della sentenza per avere un po’ più di chiarezza, RaiNews24 sottolinea come Raniero Busco, dopo esser stato interrogato e rilasciato nei giorni successivi al delitto, avvenuto il 7 agosto 1990, sia tornato sulla scena solo 17 anni dopo:

La notte del delitto i carabinieri andarono a prelevarlo a Fiumicino, dove lavorava, lo interrogarono e lo lasciarono andare. […] Fino al 12 gennaio 2007, quando la trasmissione Matrix rivela che dalle analisi del Ris di Parma sarebbe emerso che il dna trovato sugli indumenti di Simonetta è dell’ex fidanzato Raniero Busco. Simonetta inoltre non sarebbe morta alle 18, ma alle 16. Il 6 settembre 2007, Busco è iscritto dalla procura di Roma sul registro degli indagati per omicidio volontario. Gli indizi che lo vedono coinvolto riguardano i segni di un morso sul seno sinistro della vittima, che sarebbe compatibile con la sua arcata dentale e tracce del suo dna che sarebbero state ritrovate sul reggiseno della ragazza. Il 28 maggio 2009, la procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di Raniero Busco. Il 3 febbraio 2010, in Corte d’Assise comincia il processo chiuso ieri.

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