Scoperto bunker Casalesi in casa di Antonio Cangiano a Casal di Principe

Il bunker era a tre metri di profondità, proprio sotto il cortile interno dell’abitazione, a Casal di Principe (Caserta), di Antonio Cangiano, 35 anni, ritenuto affiliato al clan dei Casalesi – gruppo Schiavone – e attualmente detenuto in regime di 41 bis. A scoprire il covo, che gli investigatori ritengono possa essere stato utilizzato dai

di remar


Il bunker era a tre metri di profondità, proprio sotto il cortile interno dell’abitazione, a Casal di Principe (Caserta), di Antonio Cangiano, 35 anni, ritenuto affiliato al clan dei Casalesi – gruppo Schiavone – e attualmente detenuto in regime di 41 bis. A scoprire il covo, che gli investigatori ritengono possa essere stato utilizzato dai latitanti del gruppo camorristico, sono stati i carabinieri della locale stazione.

Al bunker si accedeva tramite una botola in cemento, occultata nell’angolo cucina, azionata da un pistone idraulico. Cangiano era finito in manette l’anno scorso, insieme ad altre 4 persone, con l’accusa di aver minacciato i familiari del collaboratore di giustizia Raffaele Piccolo, che – tra l’altro – aveva accusato Nicola Schiavone – figlio di Francesco “Sandokan” anche lui al 41 bis -, di essere il mandante di un triplice omicidio.

Più di recente, un altro pentito ha raccontato che il figlio di “Sandokan” nel 2009, quando il padre era ancora latitante, avrebbe voluto la morte di Michele Zagaria, primula rossa del clan a seguito della cattura di Antonio Iovine.

«Bisognava uccidere (…) perchè rubava i soldi delle estorsioni non versandoli nella cassa del clan. Inoltre Schiavone ce l’aveva con tre giovani perchè si erano avvicinati al un nemico storico della famiglia Schiavone. Nella stessa occasione Nicola disse che bisognava uccidere Amato il boss dei video giochi di Santa Maria». «Bisognava uccidere Michele Zagaria allo scopo di diventare capo indiscusso dei Casalesi».

Tornando a Cangiano e Piccolo, alla sorella di quest’ultimo fu incendiata l’auto. Intimidazioni che come spiegavano allora gli inquirenti erano finalizzate anche a lanciare un avvertimento “alla collettività di Casal di Principe”: chi non si dissocia da un parente pentito “non può più essere accettato nel territorio”.

Via | Pupia

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