Doping genetico, la corsa della Wada per salvare lo sport

A Pechino un simposio sul doping genetico e cellulare, la nuova sfida di Wada e Cio per combattere chi bara, ma soprattutto la criminalità organizzata che guadagna sui farmaci dopanti

Oltre quindici milioni di atleti “trattati” in tutto il mondo, un giro d’affari che soltanto nel nostro Paese (dati 2008) è superiore ai 600 milioni di euro. Il doping ha reso e rende parecchio. La criminalità organizzata e la microcriminalità improvvisata, i dottori che tradiscono Ippocrate curando persone sane e le case farmaceutiche che rendono possibile il fenomeno con una sovrapproduzione dei farmaci rispetto ai fabbisogni terapeutici, sono nodi annosi e molto spesso irrisolti dalla difficoltà dell’antidoping nello stare al passo con il doping.

La scorsa settimana, a Pechino, si è svolto il Gene and Cell Doping Symposium che ha radunato ricercato, esperti di genetica, membri della Wada (l’Agenzia Mondiale Antidoping) e del Cio (Comitato Olimpico Internazionale) per fare il punto della situazione sul doping genetico che ha fra le sue principali caratteristiche quella di poter cambiare la struttura muscolare di un atleta attraverso una modifica del corredo genetico e quella di venire inoculata attraverso un virus controllato.

Fantascienza? C’è chi sostiene che pratiche del genere siano già state sperimentate per le Olimpiadi di Pechino 2008, per i partecipanti al simposio della scorsa settimana, invece, si tratterebbe di un rischio in vista delle prossime grandi manifestazioni. Ecco, allora, che i ricercatori dell’Agenzia Mondiali Antidoping stanno lavorando per trovare un metodo antidoping efficace, magari in vista del doppio appuntamento carioca del 2014 (Mondiali di Calcio) e del 2016 (Olimpiadi).

La terapia genica è ancora in una fase molto precoce, il che mi fa credere che non ci siano atleti che già utilizzino il doping genetico. Ma da parte della Wada è giusto preparare un test contro la terapia genica, il cui sviluppo è così veloce da rappresentare una potenziale minaccia,

ha spiegato Xu Youxuan, capo del laboratorio antidoping di Pechino. Gli ultimi 25 anni ci dimostrano come questa sia una dichiarazione ottimista: il doping segue a ruota la ricerca scientifica, basti pensare all’Epo, entrata in commercio nel 1989 e divenuta di uso comune negli sporti di endurance già dal 1990.

Secondo Arne Ljungqvist, vice-presidente della Wada, il confine fra l’utilizzo di doping genetico o cellulare per il trattamento di malattie muscolari e per il miglioramento delle performance sportive è labile.

Inutile dire quanto sia importante che la ricerca della Wada riesca a stoppare il fenomeno sul nascere, non tanto per lo sport d’élite che relegherebbe il fenomeno alle élite del professionismo, quanto per la ricaduta su quei quindici milioni di sportivi (fuori controllo medico e giuridico) che alimentano le mafie del doping, gruppi criminali che proliferano in Estremo e Medi Oriente, in Sud America e in alcuni Paesi africani invadendo  i mercati europeo nordamericano e australiano con i loro farmaci e che in futuro potrebbero allestire laboratori clandestini per chi – poco decoubertianamente  – non si accontenta di partecipare.

Via | Wada

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