Il caso Contrada: grazia o non grazia?

Il cosiddetto caso Contrada è tornato ancora una volta alla ribalta, dopo la richiesta della sorella di autorizzare l’eutanasia a favore del fratello, già capo della Criminalpol e numero 3 del SISDE, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Chi è Bruno Contrada? Ma soprattutto, perchè è stato condannato? La sua vicenda

di bruno

Il cosiddetto caso Contrada è tornato ancora una volta alla ribalta, dopo la richiesta della sorella di autorizzare l’eutanasia a favore del fratello, già capo della Criminalpol e numero 3 del SISDE, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

Chi è Bruno Contrada? Ma soprattutto, perchè è stato condannato? La sua vicenda si intreccia con quella di Totò Riina, Stefano Bontate, ma soprattutto di via D’Amelio. Ed ora vi spieghiamo come.

Secondo i giudici della corte d’appello, “u dutturi”, come viene chiamato, è colpevole di

“avere, dapprima nella qualità di funzionario di P.S. e poi in quella di Dirigente presso l’Alto Commissario per il Coordinamento della Lotta alla criminalità mafiosa e, infine, presso il S.I.S.DE, contribuito sistematicamente alle attività ed agli scopi criminali dell’associazione mafiosa denominata “Cosa Nostra”, in particolare fornendo ad esponenti della “Commissione Provinciale” di Palermo della stessa notizie riservate, riguardanti indagini ed operazioni di Polizia da svolgere nei confronti dei medesimi e di altri appartenenti all’associazione.”
(qui la sentenza completa)

E’ utile raccontare alcuni episodi della “carriera” di Bruno Contrada, come il mancato arresto di Totò Riina e le telefonate dopo la strage di via d’Amelio.

1) Pino Marchese, cognato di Leoluca Bagarella (cognato di Riina) racconta che nel 1981 Michele Greco gli aveva detto di avvisare “lo zio Totuccio”, ossia Riina, perchè Contrada aveva fatto sapere che la Polizia aveva individuato il luogo in cui si nascondeva Totò. Insomma, Riina poteva essere arrestato nel 1981, ma qualcuno non lo ha permesso.

2) Il commissario capo Renato Gentile, nel 1980 scrive che Contrada si è lamentato con lui perchè ha condotto una perquisizione a casa di Salvatore Inzerillo, mafioso, con metodi troppo violenti. Alle parole di difesa di Gentile, che dice di essersi comportato in modo normale, senza violenza, Contrada riponde “hai visto che fine ha fatto Giuliano?”. Il Giuliano in questione è Boris Giuliano, investigatore della Polizia a Palermo, ucciso nel 1979 da Leoluca Bagarella, con sette colpi di pistola alle spalle. I giudici hanno ritenuto le parole di Contrada di “inequivoco significato intimidatorio”. Le storie di Gentile e Marchese sono raccontate qui.

3) Charles Tripodi, agente della DEA americana, dice che, dopo il delitto Ambrosoli, Boris Giuliano gli aveva detto di aver incontrato Ambrosoli, con il quale aveva parlato di riciclaggio di denaro. L’incontro è confermato da un avvocato, Giuseppe Melzi, che lo ha saputo da uno stretto collaboratore dell’avvocato milanese, il maresciallo della Finanza Gotelli. Dopo la morte di Giuliano, Melzi confida a Contrada qual è la sua fonte sull’incontro tra il poliziotto e l’avvocato. Contrada prima “spiffera” tutto ai giornalisti, facendo anche ritrattare Gotelli, poi stende un rapporto dicendo che non esistono nessi tra Boris Giuliano e Michele Sindona. L’articolo completo sulla vincenda si trova qui

4) Infine, l’avvenimento più inquietante. Ore 16 e 58 minuti del 19 Luglio 1992. Palermo. Via D’Amelio. Una bomba uccide Paolo Borsellino e la sua scorta. Contrada è in barca con due amici al largo di Palermo. Da un telefono fisso la figlia di uno dei compagni di barca di Contrada avverte il padre che a Palermo era scoppiata una bomba (” e comunque c’era stato un attentato”, dirà Contrada). L’altro compagno di barca di Contrada, un funzionario del Servizio Segreto Civile, chiama il centro SISDE di Palermo per avere altre informazioni, che arrivano: la bomba è scoppiata in via D’Amelio. Dov’è il problema? Tutto quello che abbiamo scritto è avvenuto in circa 80 secondi: la telefonata della figlia al padre, il quale si trova in barca con Contrada, la telefonata di Contrada al centro SISDE al Palermo, la circostanza che al centro erano a conoscenza del fatto che in via D’Amelio era esplosa una bomba (le prime volanti della polizia arriveranno sul posto tra i 10 e i 15 minuti dopo la strage). I tempi sono davvero ristretti. Forse qualcun’altro ha fornito in quei concitati istanti qualche informazione in più,

“Qualcuno che magari si trovava appostato in via D’Amelio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante (il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggiom sede di alcuni uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva il buon esito dell’attentato per poi comunicarlo in tempo reale a chi di dovere.”
(citato in un articolo di Marco Travaglio, “Dal Sisde alla Mafia la carriera de «’u Dutturi»”)

Fin qui i fatti processuali. Il caso Contrada riesplode lo scorso Dicembre, quando l’avvocato di Contrada chiede la grazia per il suo assistito, poi parte l’iter della grazia, poi Contrada afferma che non chiederà mai la grazia, poi Contrada chiede al suo avvocato di presentare istanza di revisione del processo che lo ha visto condannato a 10 anni di reclusione, poi la sorella di Contrada chiede l’eutanasia per il fratello, sostenendo che il “dottore” sarebbe un dead man walking, un morto che cammina, in precarie condizioni di salute.

Tralasciando la solida coerenza che ha contraddistinto in questi mesi Contrada, la famiglia & il suo avvocato, resta il fatto che personalmente non ritengo accettabili le richieste di grazia provenienti da un uomo che non è accusato di reati “politici” (come renitenza alla leva o cose del genere) o di reati minori, bensì di concorso esterno in associazione mafiosa, vale a dire un reato molto grave. Naturalmente la legge prevede che, in caso di particolari condizioni di salute, una persona possa essere trasferita anche in ospedale se necessario, ma un conto è curare al meglio una persona, anche se carcerata, un altro è graziarla.