I 30 latitanti più pericolosi d’Italia: Giuseppe Pacilli

Del super latitante Giuseppe Pacilli avevamo parlato a luglio, in occasione degli arresti di diverse persone accusate di averlo aiutato a sfuggire alla cattura. L’uomo, classe 1972, è evaso dai domiciliari nel 2008 e da allora è ricercato. Inserito nell’elenco dei 30 latitanti di massima pericolosità del Ministero dell’Interno – e indicato dagli inquirenti come

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Del super latitante Giuseppe Pacilli avevamo parlato a luglio, in occasione degli arresti di diverse persone accusate di averlo aiutato a sfuggire alla cattura. L’uomo, classe 1972, è evaso dai domiciliari nel 2008 e da allora è ricercato. Inserito nell’elenco dei 30 latitanti di massima pericolosità del Ministero dell’Interno – e indicato dagli inquirenti come ex autista e uomo di fiducia del presunto capo clan Franco Libergolis, ucciso in un agguato nel 2009 – Pacilli era stato arrestato nel 2004 nell’ambito dell’operazione Iscaro Saburo, per i reati di mafia, estorsioni ed armi.

Poi, a luglio 2008, era arrivata la sentenza della Corte d’Appello di Bari che gli aveva concesso gli arresti domiciliari: Pacilli ne aveva approfittato per darsi alla macchia. Il processo scaturito al blitz Iscaro Saburo accertò la presenza a partire dalla fine degli anni settanta, di due clan contrapposti: I Libergolis-Romito (oggi non più alleati) e gli Alfieri-Primosa.

La cosiddetta faida del Gargano, o di Monte Sant’Angelo, nasce come scontro per questioni di abigeato, per contrasti riguardanti un pascolo abusivo di bestiame, per poi estendersi ad altre attività illecite tipiche delle organizzazioni di stampo mafioso, traffico di stupefacenti e racket delle estorsioni su tutte.

Una guerra che in poco più di 30 anni ha fatto quasi quaranta morti tra Monte Sant’Angelo e Manfredonia (Foggia). All’origine della faida, secondo le risultanze processuali, l’omicidio, nel 1978, di Lorenzo Ricucci, a causa di una lite sorta per un appezzamento di terreno. La morte di Ricucci, ritenuto vicino alla famiglia Primosa, dà il via alla girandola di morti e feriti la cui scia di sangue arriva fino ad oggi.

Gli ultimi capitoli della faida si sono registrati nel giugno scorso con l’ omicidio del 22enne Michele Romito, il ferimento dello zio, indicato come obiettivo primo dei sicari, e l’uccisione pochi giorni dopo di Leonardo Clemente, 23 anni, considerato dagli inquirenti vicino ai Libergolis.

In mezzo, era il 1989, gli omicidi “eccellenti” di Peppino e Pietro Alfieri, a un mese di distanza dall’agguato a Pasquale Libergolis, fratello di “Ciccillo”, che riuscì miracolosamente a salvarsi. Arrestato per il duplice delitto Alfieri, processato e assolto, nel 1995 Pasquale Libergolis fu ucciso in un agguato a Monte Sant’Angelo.

Al suo culmine, “la faida dei pastori” coinvolgeva una ventina di famiglie schierate con l’uno o l’altro “casato”. Oggi la situazione secondo gli investigatori è mutata. Le famiglie Libergolis e Romito sono ormai in rotta di collisione. Negli ultimi due anni ci sono stati altri tre omicidi di elementi di spicco delle rispettive famiglie.

Ad Aprile del 2009 a Manfredonia venne ucciso Franco Romito, presunto boss dell’ omonima famiglia, un tempo legata ai Libergolis. L’uomo, secondo gli inquirenti, era ritenuto un traditore, un confidente dei carabinieri nel maxi-processo che ha portato alla sentenza di condanna per i tre fratelli Libergolis.

A ottobre dello stesso anno cadrà sotto i colpi dei killer “Ciccilo” Li Bergolis, 67 anni, considerato a capo della famiglia. Poi, a gennaio 2010, l’assassinio di Michele Alfieri che nel 1992, quand’era ancora minorenne, aveva confessato di essere l’autore del delitto di Matteo Libergolis, uno dei figli di “Ciccillo”. Delitto compiuto per vendicare, raccontò il giovane, l’omicidio del padre.

Dopo l’arresto, nel settembre scorso, di Franco Li Bergolis, 32 anni, detto “Calcarulo”, la figura di Peppe “u’ montanare” Pacilli, condannato in via definitiva a 10 anni per mafia, agli occhi degli inquirenti ha inevitabilmente assunto maggior spessore criminale all’interno del “clan dei montanari”.

Del blitz in uno dei suoi presunti rifugi, nel 2009 a Monte Sant’Angelo, si legge su Teleradioerre. Per scovarlo questa estate sono stati impiegati anche sessanta uomini dei carabinieri a cavallo, coadiuvati dai “Cacciatori di Calabria”, il gruppo operativo dei carabinieri impegnato in Aspromonte, ma il latitante numero uno della mafia garganica è ancora uccel di bosco.

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