Cirò, omicidio: Salvatore Lettieri ucciso in un agguato

Omicidio a Cirò Superiore nel Crotonese. Salvatore Lettieri, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso a colpi di fucile calibro 12 mentre lavorava in un terreno di sua proprietà, in località Malo Cretazza. L’uomo sarebbe stato raggiunto da due proiettili, alle spalle e al volto. Il primo colpo è stato esploso da lontano, il secondo a

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Omicidio a Cirò Superiore nel Crotonese. Salvatore Lettieri, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso a colpi di fucile calibro 12 mentre lavorava in un terreno di sua proprietà, in località Malo Cretazza. L’uomo sarebbe stato raggiunto da due proiettili, alle spalle e al volto. Il primo colpo è stato esploso da lontano, il secondo a distanza ravvicinata.

Il delitto sarebbe avvenuto ieri mattina. È stato poi un parente della vittima a trovare il cadavere e a dare l’allarme. Lettieri con precedenti per droga e reati associativi, in passato era ritenuto dagli inquirenti vicino al clan Farao-Marincola. Da CN24Tv:

L’assassinio potrebbe essere collegato ad una vendetta maturata negli ambienti della criminalità: il padre e il fratello della vittima furono uccisi una ventina d’anni fa. Lo stesso Lettieri, poi, fu arrestato nel corso delle inchieste della Dda denominate Krimisa e Krimisa-bis, rispettivamente del 1999 e del 2000, e dovette rispondere dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, detenzione di armi ed altri reati contro il patrimonio; insieme ad altre 54 persone di Cirò, Cirò Marina e Cariati e tutti ritenuti presunti affiliati alla “locale di Cirò” che faceva capo, appunto, al clan Farao-Marincola.

Il clan Farao-Marincola, considerato egemone nel territorio cirotano, e con estensioni in Umbria, Lombardia, Emila-Romagna e Toscana, in passato era in affari anche con con la cosca catanese dei Pulvirenti: una joint-venture del crimine specializzata in rapine. Da Il Crotonese:

Un vero e proprio cartello criminale composto dalla cosca catanese che fa capo a Giuseppe Pulvirenti detto ‘u malpassotu’ e dal clan Farao Marincola di Cirò per compiere rapine in diverse regioni italiane, dalla Toscana alla Calabria. Come quelle portate a segno tra il 1989 e il 1991 ai danni della filiale di Cirò Marina della Banca popolare di Crotone.L’alleanza tra i due sodalizi si traduce soprattutto nella realizzazione di rapine ai danni di gioiellerie e istituti di credito non solo in Calabria ma anche in Toscana. Per quanto riguarda Cirò Marina in particolare, la sinergia vede gli uomini del clan Farao Marincola fornire il necessario supporto logistico: ospitano i catanesi quando arrivano in paese per effettuare i sopralluoghi e studiare il piano d’azione, forniscono le autovetture e le armi, ma soprattutto le informazioni.

Quelle notizie preziose – ha sostenuto il pm Radoccia – che solo una persona che lavora all’interno della banca può conoscere. E’ stato accertato, infatti, che i rapinatori conoscevano gli orari, sapevano che c’era un sistema d’allarme da disattivare, un contabile che era in possesso delle chiavi della cassaforte. Tutti dettagli – ha concluso il pubblico ministero – comunicati alla banda da Francesco Zampino. Ai catanesi, invece, tocca solo il compito di compiere materialmente le rapine, consapevoli di avere ‘facce pulite’, sconosciute alla gente del paese. Gli uomini del ‘malpassotu’ – ha spiegato Radoccia – hanno lavorato agevolmente, è filato tutto liscio. E mai nessuno li avrebbe scoperti senza le rivelazioni del collaboratore di giustizia Salvatore Aloisio che a distanza di oltre sette anni decide di vuotare il sacco. Aloisio parla dei legami tra le due consorterie, della costituzione di un cartello criminale, e tira in ballo il basista Francesco Zampino.

Qualcosa in più sulla cosca si legge nella relazione antimafia del 2008. Da Strilli:

“A Cirò, continua ad essere egemone il clan “Farao-Marincola” , in contatto con le più importanti cosche calabresi, specie del reggino, e con le frange del Crotonese e della sibaritide, come i “Forastefano” di Cassano allo Ionio. La cosca, collegata anche ai “Giglio-Levato” di Strongoli, opera prevalentemente nei settori degli stupefacenti, dell’usura, delle estorsioni e del riciclaggio”.

Presenze di esponenti dei “Farao-Marincola” si registrano anche in Lombardia, in particolare nell’area di Varese, storicamente caratterizzata dalla presenza di personaggi di origine calabrese, in prevalenza dediti al traffico di stupefacenti e che, a partire dal 2005, hanno preso a manifestare un particolare attivismo. Il 27 febbraio 2006, a Ferno (VA), è stato assassinato il pregiudicato Alfonso Murano, collegato alla cosca “Farao-Marincola” Esponenti della stessa cosca operano anche in Umbria, attivi nella gestione di esercizi pubblici e nello sfruttamento della prostituzione.”

I presunti boss del clan per gli inquirenti sono Giuseppe Farao, Silvio Farao e Cataldo Marincola. Tutti e tre si trovano in carcere per un omicidio maturato nell’ambito di una guerra di mafia. Da Calabria Notizie:

Per la terza volta sono stati riconosciuti colpevoli dello stesso omicidio e per la terza volta sono stati condannati a pene severissime. Il verdetto della corte d’assise d’appello di Catanzaro viene letto in aula dal presidente Commodari nel primo pomeriggio di lunedì: condanna al carcere a vita per i fratelli Giuseppe e Silvio Farao, 30 anni di reclusione per Cataldo Marincola. Ancora una volta, dunque, una sentenza statuisce che furono i tre cirotani, ritenuti i capi della potente organizzazione criminale denominata ‘locale di Cirò’, a deliberare l’omicidio di Mario Mirabile, ucciso diciotto anni fa a Corigliano Calabro nell’ambito di una guerra di ’ndrangheta.
Un verdetto che accoglie quasi integralmente la richiesta di condanna all’ergastolo per tutti e tre gli imputati avanzata dal procuratore generale Grisolia nella sua requisitoria; i giudici si sono discostati di poco concedendo a Marincola le attenuanti generiche equivalenti che gli hanno evitato un ergastolo.

Il delitto Mirabile maturò in seno a forti contrasti tra le ‘ndrine del crotonese. Che avevano dei rapporti molto stretti con quelle dei De Stefano e dei Tegano di Reggio Calabria. Mario Mirabile era cognato di Giuseppe Cirillo, deceduto, che il pentito di Camorra, Pasquale Galasso, riferendosi alle propaggini camorristiche nella Piana di Sibari (CS), descrive don Peppe, nato a Castel San Giorgio, in provincia di Salerno, come personaggio di una certa caratura criminale. E spiega che Giuseppe Cirillo “apparteneva a Cutolo, era un santista di Cutolo; è stato per diversi anni ai laghi di Sibari insieme al cognato Mirabile. Erano loro i capi camorra salernitani per Cutolo, Salerno città ed avevano cointeressenza in Sibari”.

A giugno 2010 si è concluso il processo Bellerofonte, scaturito da un’operazione contro il clan del 2007, con l’assoluzione di Giuseppe Farao come si legge sulla Gazzetta del Sud:

Si è chiuso con cinque condanne e due assoluzioni il processo “Bellerofonte”. Ed una delle assoluzioni ha riguardato Giuseppe Farao, che nel procedimento scaturito dall’operazione condotta dai Carabinieri nel maggio 2007 contro il “locale” di Cirò, era accusato di essere il capo di questo stesso gruppo criminale. (…) Cataldo Grisafi (58 anni) è stato condannato a dodici anni, riconosciuto colpevole di associazione mafiosa e di due episodi di spaccio aggravati dal metodo mafioso; Giuseppe Cariati (59 anni) è stato condannato a nove anni di reclusione per associazione mafiosa; come Giuseppe Nicastri (61 anni), al quale è stato contestato anche un episodio di spaccio; Francesco Amantea (48 anni) è stato condannato a otto anni e sei mesi per associazione mafiosa; Francesco Basta (31 anni) a due anni e quattro mesi (con le attenuanti generiche) sempre per associazione mafiosa. (…) Assolto da ogni imputazione, per non aver commesso il fatto, Giuseppe Farao (63 anni), considerato dagli inquirenti uno dei boss del “locale” di Cirò. Farao, come è noto, è detenuto per una condanna definitiva all’ergastolo nel processo Galassia.

(…) La sentenza è stata accolta con grande compostezza dai numerosi parenti degli imputati presenti in aula. Qualcuno piangeva, confortato però dagli avvocati difensori, che questa la ritengono tutto sommato favorevole. Particolarmente soddisfatti per l’assoluzione di Giuseppe Farao i suoi legali Gianni Russano e Mario Bombardiere, gli stessi che hanno difeso Giuseppe Cariati. «L’impianto accusatorio – hanno commentato – è praticamente caduto». (…) Al termine della sua requisitoria il pubblico ministero Salvatore Curcio aveva chiesto condanne per un totale di centodieci anni: ventuno per Farao; diciotto a testa per Grisafi, Nicastri, Amantea e Cariati; quindici per Basta; due per Arcuri. Tutti accusati (tranne Arcuri) di aver costituito un clan operativo nel territorio cirotano e dedito alle estorsioni e al traffico di droga.

Via | CN24Tv

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