Leggiamo la Costituzione: si tratta di un manifesto comunista? (Quarta e ultima parte)

[Prima parte, seconda parte, terza parte] La Costituzione sovietica prevedeva che le elezioni dei deputati si svolgessero “in base a suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto”. L’elettorato attivo e quello passivo spettavano a tutti i cittadini dell’URSS (ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti


[Prima parte, seconda parte, terza parte]

La Costituzione sovietica prevedeva che le elezioni dei deputati si svolgessero “in base a suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto”. L’elettorato attivo e quello passivo spettavano a tutti i cittadini dell’URSS (ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti elettorali), che avessero compiuto i 18 anni, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità cui appartenevano, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione, dalla residenza, dall’origine sociale, dalla condizione economica e dalla passata attività.

Il capitolo XI della Legge fondamentale del 1936 prevedeva, inoltre, che il voto fosse uguale per tutti (la preferenza di ciascun cittadino valeva sempre un’unità) e che le donne godessero del diritto di eleggere e di essere elette alle stesse condizioni degli uomini. I cittadini che prestavano servizio nell’Armata Rossa avevano diritto di eleggere e di essere eletti a parità di condizioni con tutti gli altri cittadini.

Tali norme presentano evidenti somiglianze con quanto stabilito dall’articolo 48 della Costituzione italiana, in base al quale “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. E, tuttavia, un’unica previsione normativa riesce a differenziare in modo profondo, anche su questo punto, le due Costituzioni: secondo la Legge fondamentale sovietica, infatti, il diritto di presentare candidati era assicurato soltanto alle organizzazioni del Partito comunista, ai sindacati, alle cooperative, alle organizzazioni della gioventù e alle associazioni culturali. Il Partito comunista era, dunque, la sola formazione politica legittimata a presentare candidati.

L’articolo 49 della Costituzione italiana prevede invece che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La pluralità di partiti non è soltanto consentita ma perfino presupposta come necessaria, dal momento che l’articolo 72 e l’articolo 82 fanno riferimento ai “gruppi parlamentari” (al plurale) che, com’è noto, sono le “proiezioni” in Parlamento degli stessi partiti politici.

A questo punto arrivati, proviamo a trarre qualche conclusione. Quello delineato dalla Costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 1936 era uno Stato socialista, dotato dei seguenti caratteri: a) consistente limitazione della proprietà privata e collettivizzazione dei mezzi di produzione; b) esistenza di un solo partito politico (quello comunista); c) funzionalizzazione dell’esercizio dei diritti fondamentali al consolidamento del regime socialista.

La Costituzione italiana del 1947 conferisce, invece, al nostro ordinamento i caratteri propri della democrazia pluralista e dello Stato sociale (da non confondere con quello socialista di cui sopra). In tale forma politico-istituzionale vengono riconosciuti i principi dello Stato di diritto (principio di legalità, eguaglianza formale, separazione dei poteri, diritti fondamentali), e il principio di sovranità popolare. Ma trova posto anche il principio di eguaglianza sostanziale, in base al quale è preciso compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’or­ganizzazione politica, economica e sociale del Paese” (articolo 3, comma 2).

L’eguaglianza sostanziale impone ai pubblici poteri di intervenire per rimuovere tutti gli ostacoli economici e sociali a causa dei quali molti individui partono svantaggiati nella grande corsa della vita. Tale principio non implica però alcun livellamento egualitarista e non giustifica insopportabili limitazioni delle libertà fondamentali dell’individuo. Le differenze tra la Costituzione sovietica del 1936 e quella italiana del 1947 sono, dunque, notevoli.

E’ invece davvero sorprendente come tante proposte di riforma costituzionale oggi avanzate dalla maggioranza riprendano istituti e caratteri dell’ordinamento sovietico, uno Stato – ricordiamolo – federale, nel quale non esisteva una separazione dei poteri e l’amministrazione della giustizia era affidata a giudici eletti, mentre i procuratori che svolgevano le indagini, del tutto separati dagli organi giudicanti, erano nominati dai soviet. Un ordinamento nel quale le libertà erano riconosciute solo formalmente, ma, poi, sempre limitate dall’esigenza di soddisfare superiori ragioni di Stato. Un ordinamento nel quale tutti erano uguali, ma alcuni erano più uguali degli altri.

Rileggendo la Costituzione sovietica del 1936, sorge un inquietante quesito: ma, oggi, in Italia da che parte stanno i veri “nipotini di Stalin”?