Lotta Continua e l’omicidio Calabresi. Una lettera di Adriano Sofri riapre il caso

Oggi vogliamo occuparci di una vicenda non strettamente attuale, ma da sempre al centro del dibattito storico per la sua importanza nel periodo dei cosiddetti anni di piombo. L’occasione ci è data dalla lettera di risposta inviata oggi al Corriere della Sera dall’ex-direttore di Lotta Continua Adriano Sofri, che come si sa è stato condannato

di luca17


Oggi vogliamo occuparci di una vicenda non strettamente attuale, ma da sempre al centro del dibattito storico per la sua importanza nel periodo dei cosiddetti anni di piombo. L’occasione ci è data dalla lettera di risposta inviata oggi al Corriere della Sera dall’ex-direttore di Lotta Continua Adriano Sofri, che come si sa è stato condannato in via definitiva per concorso morale nell’omicidio Calabresi.

Il tutto nasce dalle dichiarazioni di Andrea Casalegno, figlio di una delle vittime di quei tristi anni, Carlo Casalegno. Andrea era stato anche lui militante di Lc, addirittura arrestato per aver distribuito manifestini di approvazione per l’uccisione di Calabresi. Eppure qualche anno dopo, nel 1977, sarebbe stato il padre, giornalista della Stampa e tenutario della rubrica Il nostro stato, a cadere vittima delle Brigate Rosse.

La questione verte tuttavia sul ruolo di Marino e di Sofri nel caso Calabresi, e in generale sul fiancheggiamento di LC alla lotta armata già da prima della strage di Piazza Fontana, nel 1969. L’accusa di Casalegno è che Sofri abbia dato del denaro a Marino per comprare il suo silenzio.

«Marino non era uno qualsi­asi. Fu la prima avanguardia Fiat licenziata – e mai riassunta – per la sua attività politica. L’emblema dell’operaio-massa. Ed era politi­camente e umanamente molto vicino a So­fri. ‘Marino libero, Marino innocente’ non è più di una battuta. Difficile che abbia agito di testa sua; del resto, in un’organizzazione rivoluzionaria chi mette a repentaglio le vite dei compagni con un’azione inconsulta vie­ne allontanato, e questo a Marino non è ac­caduto. Ci vuol davvero molta ingenuità, o peggio, a sostenere che si sia inventato ogni cosa. Non è così. E questo gli ex di Lotta con­tinua lo pensano tutti»

La risposta di Sofri è un’analisi molto lucida e a suo modo onesta della situazione di quegli anni. Pur rigettando nel modo più assoluto l’ipotesi di aver comprato Marino – “quei soldi”, dice, “glieli diedi perché era povero e me li aveva chiesti” – l’ex-direttore di Lc ammette nella sostanza che il suo giornale e tutto l’ambiente dell’estrema sinistra all’epoca sostenevano la lotta violenta, fino al punto di essere contenti di taluni omicidi e rapimenti.

La campagna contro Calabresi diventò una specie di lapidazione… In realtà innocenti non lo eravamo. La verità è che l’innocenza come condizione originaria è molto difficile da trovare. Lo choc della strage (di Piazza Fontana, NdR) per noi fu fortissimo, un colpo che ti fa tramortire: tuttavia eravamo militanti politici con una grande voglia di fare la rivoluzione da anni. Questo rende contraddittoria e parziale quella definizione di innocenza… la trasforma in una specie di autoassoluzione un po’ troppo indulgente. Mi chiedo: senza la strage di piazza Fontana, avrei tirato la mia prima pietra o no? Secondo me sì. Anzi forse l’avevamo già tirata». E alla domanda: «Vuole dire che la violenza era già dentro il movimento?», risposi: «Noi non abbiamo cominciato a credere non solo nella necessità ma addirittura nella virtù della violenza dopo il 12 dicembre. Noi ce ne riempivamo la bocca da molto tempo prima…».

Al di là dell’onestà intellettuale che gli va indubbiamente riconosciuta, questa ammissione spazza via in certo qual modo la tesi sull’innocenza di Sofri nel delitto Calabresi. E spiega anche come mai i giudici abbiano ritenuto di condannarlo a 22 anni per concorso morale nell’omicidio (assieme a Bompressi e Pietrostefani). Certo, erano anni duri e ispirarono scelte drammatiche; le cosiddette scelte di campo rivoluzionarie di cui si vaneggiava al tempo. Ma nè Sofri nè molti altri si fermarono neanche di fronte all’ammazzamento di una persona, e per questo è giusto che paghino fino in fondo, al di là degli innumerevoli appelli per la grazia.

Diverso – e completamente slegato da un’opportunistica riduzione di pena – è il discorso del perdono e del mutamento di una persona. Se infatti Casalegno sostiene che un’omicida non cambierà mai, su questo Sofri apre un dibattito di estremo interesse, esprimendo una tesi anche condivisibile.

Quanto a chi in quegli anni passò la linea, Andrea tiene a ripetere che si può diventare ex di qualunque cosa, ma un assassino rimane per sempre un assassino. Io non lo penso: penso che ciascuno possa cambiare, e che anche un assassino possa diventare una persona che ha commesso un assassinio. Che non solo il calendario cristiano, ma la nostra società dimostri largamente, per fortuna, che questo avviene.

Il commento ai nostri lettori.