Milano, italiana di colore cacciata dall’ufficio postale per un foulard

Il direttore dell’ufficio postale di Corso di Porta Ticinese ha equiparato un foulard a un casco o un passamontagna.

Sugli uffici postali c’è un avviso che dice che non si può entrare indossando caschi e passamontagna. È ovvio, occorre avere il volto scoperto. Tuttavia un direttore di un ufficio di Milano, quello di Corso di Porta Ticinese, all’angolo di via Urbano III, ne ha approfittato per impedire l’ingresso anche a una donna che aveva un foulard, che le copriva solo la testa.

Il fatto è successo lo scorso 2 novembre e la storia è stata raccontata dal giornalista de L’Espresso Alessandro Gilioli che è il figlio di uno dei due anziani avvocati presso cui lavora la donna oggetto della discriminazione.

In pratica la signora, che è di origine somala, ma è in Italia da 25 anni e ha la cittadinanza, si è recata presso l’ufficio postale in questione verso le 2 del pomeriggio, indossando, come di consueto, un foulard che le copre i capelli e le spalle, ma che lascia ampiamente scoperto tutto il viso, dalla fronte al mento. Insomma, non è un burqa, né un niqab, ma solo paragonabile a un hijab, anche se sostanzialmente si tratta di un banalissimo foulard. Gilioli fa notare che le suore, per esempio, sono più coperte della signora che, invece, è stata malamente cacciata dall’ufficio postale.

I due anziani avvocati presso cui lavora si sono così recati dal direttore dell’ufficio per chiedere spiegazioni l’uomo si è messo a urlare anche contro di loro, indicando il cartello all’ingresso, nonostante avesse palesemente torto, perché, appunto, il volto della donna non era affatto coperto.

È stata contattata l’azienda Poste Italiane che ha spiegato che il divieto d’ingresso riguarda solo caschi da moto, passamontagna o chi, in generale, ha il volto coperto e non si rende riconoscibile. Ora Gilioli e la sua famiglia si aspettano almeno delle scuse.

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