Tecniche investigative: come condurre al meglio un interrogatorio e cosa spinge un sospettato a confessare

Continuiamo il nostro viaggio nel mondo delle tecniche investigative concentrandoci su un altro aspetto molto importante nella risoluzione di un caso: l’interrogatorio. Partiamo da un paio di definizioni estratte dal volume Fundamentals of Criminal Investigation di Charles E. O’Hara e Gregory L. O’Hara: L’interrogatorio è il fare domande a una persona sospettata di aver commesso


Continuiamo il nostro viaggio nel mondo delle tecniche investigative concentrandoci su un altro aspetto molto importante nella risoluzione di un caso: l’interrogatorio.

Partiamo da un paio di definizioni estratte dal volume Fundamentals of Criminal Investigation di Charles E. O’Hara e Gregory L. O’Hara:

L’interrogatorio è il fare domande a una persona sospettata di aver commesso un crimine. È strutturato in modo da far coincidere le informazioni già in possesso degli inquirenti con le informazioni ottenute da un particolare sospettato in modo da assicurarsi una confessione.

Tra gli obiettivi di un interrogatorio troviamo:

– venire a conoscenza della verità riguardo a un crimine e di come si sono svolti i fatti
– ottenere un’ammissione di colpevolezza da parte del sospettato
– ottenere tutti i fatti per determinare il metodo operativo e le circostanze del crimine in questione
– raccogliere informazioni che rendano possibile agli investigatori di arrivare a conclusioni logiche
– fornire informazioni al pubblico ministero per un eventuale processo

James R. Ryals, capitano del Dipartimento di Polizia di Long Beach, in California, nel 1991 ha pubblicato un interessante articolo sul Law Enforcement Bullettin dell’FBI dedicato proprio alla tecnica dell’interrogatorio e al perchè, nella maggior parte dei casi, un sospettato arriva a confessare.

E’ fondamentale, per la buona riuscita dell’interrogatorio, che il tutto sia condotto nel miglior modo possibile, seguendo alcuni punti saldi.

Nessun interrogatorio, sostiene Ryals, dovrebbe essere affrontato in maniera superficiale, si dovrebbe seguire una traccia ed attenersi ad essa il più possibile, soprattutto perché un interrogatorio condotto in modo sbagliato può avere conseguenze negative per tutte le persone coinvolte e non solo.

E’ importante, quindi, stabilire un piano di azione. Chi conduce il colloquio dovrebbe formulare delle domande che permettano di ottenere l’informazione richiesta.

Altro requisito che potrebbe portare risultati positivi è la presenza del minor numero di persone possibile nel corso dell’interrogatorio: l’interpellato dovrebbe sentirsi a suo agio, così facendo potrebbe proprio essere lui a condurre l’interrogatorio, che potrebbe quindi trasformarsi in un racconto con tanto di confessione.

L’inquirente, sostiene Ryals, non dovrebbe parlare troppo e limitarsi a condurre il colloquio senza dominarlo.


Le domande, va da sé, devono essere semplici e chiare, niente parole difficili o ragionamenti troppo complessi. E’ consigliabile evitare, se non strettamente necessario, domande che richiedano una risposta breve come “sì” o “no”, il cui effetto è quello di bloccare la conversazione.

Se si pongono domande a risposta aperta, l’interrogato sarà portato a raccontare e ad aggiungere dettagli che potrebbero essere utilizzati per le domande successive.

L’intervistatore, può sembrare banale ma va sottolineato, deve essere un buon ascoltatore: quando l’intervistato risponde ad una domanda, non bisogna pensare alle domande successive o iniziare ad analizzare una risposta prima che la persona abbia finito di parlare.

Uno degli errori più commessi in sede di interrogatorio è quello di contestare le risposte date dal sospettato: il momento di considerare i problemi è dopo il colloquio. L’importante è far parlare l’interrogato.

Per concludere, è responsabilità dell’inquirente segnalare la fine del colloquio. Questo si può fare semplicemente chiudendo il blocco degli appunti, alzandosi oppure annunciando che il colloquio è finito.

Ora sorge una domanda: perchè il sospettato confessa? E’ interessante leggere il ragionamento dello stesso Ryals:

L’autocondanna e l’autodistruzione non sono caratteristiche normali del comportamento umano. Gli esseri umani di solito non rilasciano confessioni spontanee, non sollecitate. È conclusione logica, quindi, che quando i sospettati sono portati ai posti di polizia perchè siano rivolte loro delle domande riguardanti il loro coinvolgimento in un particolare crimine, la loro reazione immediata sia un rifiuto di rispondere a qualsiasi domanda. Col bombardamento dei programmi televisivi che danno una chiara rappresentazione del “Miranda warning” (la lettura dei diritti: “hai il diritto di rimanere in silenzio, tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te” ecc., ndt) e della sua applicazione ai sospettati, si potrebbe pensare che nessuna persona interrogata riguardo a un crimine concederebbe informazioni incriminanti, e tanto meno rilascerebbe agli investigatori una piena confessione firmata. Potrebbe anche sembrare che una volta che i sospettati capiscano la direzione verso cui gli investigatori stanno portando la conversazione, questa finirebbe immediatamente. Invece, per varie motivazioni psicologiche, i sospettati continuano a parlare con gli investigatori.

I sospettati, afferma il capitano, non sono mai del tutto sicuri di quali informazioni gli inquirenti siano effettivamente in possesso.
Molto spesso sanno che le autorità stanno investigando sul crimine ed è del tutto probabile che abbiano seguito gli sviluppi sui mezzi di comunicazione per determinare quali indizi abbiano gli investigatori.

Quando si trovano a dover affrontare un interrogatorio, la loro mente è concentrata su due mete principali: come evitare l’arresto e come ottenere informazioni sull’indagine e sulla sua direzioni.

Parliamo, ovviamente, di sospettati colpevoli: questa paranoia di cui parla Ryals spinge i sospettati ad accettare di buon grado l’interrogatorio, a volte addirittura li porta a presentarsi nei commissariati nelle vesti di “cittadini preoccupati” che hanno informazioni pertinenti al caso.


Spesso, chi procede seguendo quest’ultima strada, lo fa con lo scopo di fornire false informazioni che, secondo loro, dovrebbero portare gli investigatori fuori strada.

Dove condurre un interrogatorio? Uno dei requisiti fondamentali sia che il sospettato venga portato in un posto sicuro, che abbia però un’atmosfera conciliante verso la cooperazione e la sincerità.

Lontano da familiari e conoscenti e, come dicevamo in apertura, in presenza del minor numero di persone possibile. Questo perché la privacy è il principale fattore che spinge il sospettato a desiderare la liberazione dal fardello della colpa.

Le stanze degli interrogatori che sono grigie e squallide aumentano la paura dei sospettati, mentre un luogo che abbia caratteristiche aperte del genere “non hai niente da temere” può fare molto per rompere l’atteggiamento difensivo dell’interrogato, in quanto elimina una grossa barriera. Gli inquirenti tendono a disarmare psicologicamente i sospettati se li mettono in un luogo privo di distrazioni che inducono paura.

La violenza non serve, gli insulti nemmeno: gli inquirenti dovrebbero trattare i sospettati in modo civile, indipendentemente da quanto efferato o grave il crimine in questione sia stato. Anche se provano disgusto per i sospettati, l’obiettivo è quello di ottenere una confessione, ed è importante che non trapelino le emozioni personali.

Il sospettato dovrebbe venir convinto a guardare oltre il distintivo dell’inquirente e a vedere, invece, un agente che ascolta senza giudicare. Se l’inquirente è capace di convincere il sospettato che l’argomento chiave non è il crimine in sé, ma le motivazioni che hanno spinto a commetterlo, è molto probabile che il sospettato inizi a ragione e a spiegare i suoi fattori di motivazione.

Il punto di svolta è dietro l’angolo e si registra quando il sospettato fa una prima ammissione. Questo è il segnale il suo meccanismo di difesa è calato ed è a questo punto che è necessario fare pressione per ottenere così una confessione in piena regola, ricca di dettagli.

Per arrivare a questo punto di svolta, però, è importante conoscere il passato del sospettato, come il suo rapporto con la famiglia e con gli affetti in generale. Su questo punto, infatti, può emergere il senso di colpa del sospettato, la sua vergogna, l’imbarazzo che lo spinge a confessare e togliersi un peso.

Studi hanno rivelato che, come afferma Ryals:

In molti casi i sospettati hanno amplificato, nella propria mente, la gravità del crimine e le possibili ripercussioni. Gli inquirenti dovrebbero calmare l’ansia del sospettato facendogli vedere queste paure nella giusta prospettiva. I sospettati inoltre fanno delle ammissioni o confessano quando pensano che la cooperazione sia la migliore linea di azione. Se si convincono che gli agenti sono disponibili ad ascoltare tutte le circostanze riguardanti il crimine, cominceranno a parlare.

Via | Crime And Clues e Crime Scene Investigator

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