‘Ndrangheta: arrestati 7 presunti esponenti cosca Piromalli a Gioia Tauro. I nomi

Sono accusati di estorsione e tentata estorsione aggravate dalla modalità mafiosa le sette persone arrestate dagli uomini della squadra mobile di Reggio Calabria, del commissariato di Gioia Tauro e dello Sco di Roma. Si tratta, scrive Il Quotidiano della Calabria, di presunti esponenti del clan Piromalli di Gioia Tauro per conto del quale avrebbero taglieggiato


Sono accusati di estorsione e tentata estorsione aggravate dalla modalità mafiosa le sette persone arrestate dagli uomini della squadra mobile di Reggio Calabria, del commissariato di Gioia Tauro e dello Sco di Roma. Si tratta, scrive Il Quotidiano della Calabria, di presunti esponenti del clan Piromalli di Gioia Tauro per conto del quale avrebbero taglieggiato due imprenditori che li hanno denunciati.

In manette sono finiti questa mattina, Girolamo Piromalli, 30 anni, Santo La Rosa, 43 anni, Cosimo Romagnosi, 27, Vincenzo Plateroti, 41, il figlio Salvatore, 20 anni, Domenico Gulluni, 23, e Vincenzo Bonavota, 40 anni. Gli arresti sono stati disposti con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Reggio Calabria su richiesta del procuratore distrettuale Giuseppe Pignatone, del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Giovanni Musaro

Secondo gli inquirenti gli arrestati avrebbero compiuto in concorso tra loro “atti idonei diretti in modo equivoco a costringere due imprenditori della Piana di Gioia Tauro, con implicite e reiterate minacce, consistite, tra l’altro, nell’avvalersi delle forza fisica derivante dalla vicinanza alla cosca Piromalli di alcuni di loro, a versare una somma di danaro corrispondente a trentamila euro e, quindi, procurarsi un ingiusto profitto con pari danno per le persone offese”.

Grazie a “servizi di intercettazione telefonica ed ambientale è stata comprovata la richiesta di pagamento, a titolo estorsivo, di una somma di danaro pari a trentamila euro” riferiscono gli investigatori. Le immagini delle telecamere piazzate dalla polizia hanno consentito di “immortalare gli arrestati mentre si recavano presso la sede delle imprese”.

Girolamo Piromalli, già coinvolto nell’operazione “Cent’anni di Storia” e poi uscito dall’indagine per carenza di elementi indiziari, è il cugino di Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” che gli investigatori ritengono a capo della cosca. Da Melito on line:

L’unico dei tre grandi patriarchi della mafia calabrese, che morì nel suo letto o a piedi scalzi, fu Girolamo Piromalli, inteso ‘U Zzì’ Mommu”; fu infatti l’unico dei grandi capibastone di quel periodo a salvarsi dopo la prima guerra di ‘ndrangheta, grazie alla sua decisione di accettare che si entrasse nel mercato della droga. Morì di malattia l’11 febbraio 1979; al funerale erano presenti 6000 persone. Suo fratello Giuseppe Piromalli, inteso “don Peppino”, diverrà il nuovo capobastone. Ma anche per i nuovi padroni della mafia che cambiò pure nome e da quel momento (anni settanta) si chiamò ‘ndrangheta dal grecanico “andrangathos”Domenico Tripodo, fu ucciso il 26 agosto 1976 in cella; assassinato per ordine di Raffaele Cutolo, a colpi di coltello, dentro il carcere di Poggioreale a Napoli, da due detenuti: Effige Agrippino ed Esposito Salvatore, poi condanni dalla Corte d’Assise di Napoli, il 14 maggio 1981; ammazzato su richiesta di Paolo De Stefano, dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo che lavorava con loro nel traffico di droga. I De Stefano divennero la ‘ndrina predominante a Reggio Calabria.

Poi, tra il 1985 e il 1991, a Reggio scoppierà la seconda guerra di mafia che causerà qualcosa come 600 morti ammazzati.

La seconda guerra di mafia a cui parteciparono i Serraino, federati col cartello di mafia cosiddetto IMERTI-CONDELLO-SERRAINO-ROSMINI-LOGIUDICE-SARACENO-FONTANA “, che si opponevano al cartello dei DE STEFANO-LIBRI-TEGANO-LATELLA-FICARA-ZINDATO-BARRECA (attorno a cui ruotavano la sottocosche doppiogiochiste ed i clan periferici o di paese, sempre pronti a cambiare bandiera, secondo di come gira il vento) scoppiò dopo l’omicidio di don”Paolo De Stefano, forse il più grande di tutti. Capobastone riconosciuto da tutta la ‘ndrangheta. Ucciso il 13 ottobre 1985 in Via Mercatello nella “sua” Archi, quartiere a Nord-Ovest di Reggio Calabria. La magistratura reggina individuò e condannò in Corte d’Appello, per quel duplice omicidio: Domenico e Pasquale Condello, Antonino Roda’ e Giuseppe Saraceno. Due giorni dopo il fallito attentato contro Nino Inerti, inteso “Nano feroce”, parente dei Condello. Negli anni settanta i De Stefano e Pasquale Condello erano una sola cosca. Il 18 ottobre 1975 a Roma presso il ristorante “Il Fungo” vengono fermati Giuseppe Piromalli (con in tasca una banconota del sequestro di Paul Getty jr), Giuseppe Nardi della banda della Magliana, Paolo De Stefano e Pasquale Condello. Arrivarono a bordo della macchina di Carmelo Cortese, uno dei calabresi iscritto alla P2.

Via | CN24Tv

Ultime notizie su Ndrangheta

Tutto su Ndrangheta →