Lea Garofalo, confermati in appello 4 dei sei ergastoli

Si è concluso oggi il processo d’appello per la morte di Lea Garofalo. I giudici hanno confermato la condanna all’ergastolo per Carlo Cosco e altre tre persone.

Si è concluso oggi pomeriggio con un piccolo colpo di scena il processo di secondo grado per l’omicidio di Lea Garofalo, la 35enne collaboratrice di giustizia uccisa e sciolta nell’acido nella notte tra il 24 e il 25 novembre 2009. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha deciso di confermare 4 dei sei ergastoli inflitti in primo grado, di ridurre una delle condanne e di assolvere uno degli imputati.

Tra i quattro ergastoli confermati in appello c’è quello per Carlo Cosco, ex marito di Lea e padre di sua figlia Denise, che ha deciso di vuotare il sacco proprio durante una delle ultime udienze del procedimento. Per lui è stato confermato anche un anno di isolamento diurno. Lo scorso 9 aprile ha reso alcune dichiarazioni spontanee e confessato tutto:

Mi assumo la responsabilità dell’omicidio. Io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia, prego di ottenere un giorno il suo perdono.

Confermato l’ergastolo anche a Vito Cosco, fratello di Carlo, a Rosario Curcio e Massimo Sabatino, tutti accusati di sequestro di persona, omicidio e distruzione di cadavere. Vito Cosco è stato condannato anche a 8 mesi di isolamento diurno. Ridotta a 25 anni di carcere, invece, la condanna per il pentito Carmine Venturino, ex fidanzato di Denise.

A quest’ultimo sono state concesse le attenuanti generiche, ma non l’attenuante speciale della collaborazione. Grazie alle sue testimonianze ha permesso il ritrovamento dei resti carbonizzati della donna e confermato la colpevolezza dei suoi complici.

Giuseppe Cosco, condannato in primo grado all’ergastolo, è stato assolto per non aver commesso il fatto, come chiesto dal procuratore generale dopo le rivelazioni di Venturino che l’avevano scagionato da ogni accusa.

Confermati anche i risarcimenti per le parti civili: 200 mila euro per la giovane Denise, oggi 21enne, 50 mila euro alla sorella e alla madre della donna e 25 mila euro al Comune di Milano, teatro della barbara uccisione.

Lea Garofalo fu uccisa la sera del 24 novembre, a Milano: fu rapita dall’ex marito e dai suoi complici, Venturino compreso, caricata in auto e torturata per farsi dire cosa aveva detto agli inquirenti e infine strangolata. Poi, come dichiarato dal pentito, il corpo fu chiuso in un bidone e dato alle fiamme nel luogo in cui fu ritrovato.

Venturino, tra gli autori del delitto, ha ammesso di aver fatto soltanto quello che prevede “la legge che vige in Calabria, diversa da quella che regola il resto del Mondo“. Lea si era ribellata alla ‘ndrangheta e aveva cominciato a collaborare con la giustizia. Per questo, rivelò Venturino, fu punita con la vita.

Ora resta l’ultimo grado di giudizio, la Corte di Cassazione, ma in attesa che si arrivi a quel punto la giovane Denise, orfana di madre e con un padre ergastolano, ha chiesto che i resti della donna siano restituiti alla famiglia così da poter celebrare il funerale.

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