Trattativa Stato-Mafia: processo rinviato al 31 maggio

Inizia stamattina a Palermo il processo per la presunta trattativa tra la Mafia e lo Stato Italiano. A processo, come stabilito il 7 marzo scorso, dieci persone tra boss mafiosi e ex politici italiani.

11.30 – Dopo la presentazione delle richieste di costituzione delle parti civili – che comprendono tra gli altri l’associazione Libera di don Ciotti e il Comune di Firenze, l’Associazione nazionale antimafia, l’associazione nazionale dei testimoni di giustizia e l’associazione antiracket Libere Terre – il processo è stato rinviato a venerdì 31 maggio.

Si apre oggi davanti ai giudici della corte d’assise di Palermo uno dei processi più complessi e delicati degli ultimi anni, quello sulla presunta trattativa Stato-Mafia, un lungo processo che servirà a far luce sulla stagione stragista che costituisce una delle pagine più buie e misteriose della storia dell’Italia, il periodo tra il 1992 e il 1994.

Sul banco degli imputati, rinviati a giudizio il 7 marzo scorso, ci sono boss mafiosi, ex ufficiali del ROS ed ex politici italiani, tutti accusati a vario titolo di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, falsa testimonianza, concorso in associazione mafiosa e calunnia.

Il processo, vista la pericolosità di alcuni degli imputati, si sta celebrando nell’aula bunker della casa circondariale Pagliarelli di Palermo. Qualche anticipazione su cosa dobbiamo aspettarci da questa prima udienza è arrivata da alcuni degli imputati prima del loro ingresso in aula. Nicola Mancino, l’ex presidente del Senato accusato di falsa testimonianza, ha dichiarato:

Ho fiducia e speranza che venga fatta giustizia, ed io esca dal processo. Io ho combattuto i criminali, ho combattuto la mafia. Non posso stare insieme alla mafia in un processo. Il mio legale chiederà lo stralcio della mia posizione, che uno per falsa testimonianza debba stare in Corte d’assise mi sembra un po’ troppo.

La replica del procuratore di Palermo Francesco Messineo non si è fatta attendere:

La posizione dell’ex ministro era già stata espressa in sede di udienza preliminare e sulla quale credo che ci sia stata già una pronuncia sia pure provvisoria. Ritengo che la difesa del senatore Mancino saprà svolgere egregiamente il suo compito proponendo quei temi che ritiene adeguati nell’interesse dell’assistito.

Chiara e concisa è stata anche la sua dichiarazione a proposito delle eventuali responsabilità di esponenti dello Stato, al centro di questo procedimento:

Qui stiamo celebrando un processo e non dobbiamo distribuire pagelle o encomi e neanche forme di rivalsa nei confronti del passato. Cerchiamo di chiarire i fatti, di accertarli e di trarne le conclusioni giuridiche.

GLI IMPUTATI

Le persone rinviate a giudizio, sotto processo a partire da oggi, sono i boss mafiosi Totò Riina, Antonino Cinà, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca, accusati di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Con le stesse accuse sono stati rinviati a giudizio anche gli ex ufficiali dei carabinieri, Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno e l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri.

L’ex ministro Nicola Mancino è stato rinviato a giudizio per falsa testimonianza, mentre per Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, l’accusa è di concorso in associazione mafiosa e calunnia.

La posizione del boss Bernardo Provenzano, è stata stralciata a causa delle sue gravi condizioni di salute: i periti hanno escluso una sua “capacità anche minimale di poter partecipare coscientemente al processo“.

Totò Riina
Marcello Dell
Giovanni Brusca
Nicola Mancino
Leoluca Bagarella

I FATTI

Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Palermo i protagonisti di questa inchiesta avrebbero messo in atto una vera e propria trattativa per fermare le stragi mafiose che hanno sconvolto il nostro Paese tra il 1992 e il 1993, come la strage di Capaci in cui il 23 maggio del ’92 persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

A dare inizio alla trattativa tra lo Stato Italiano e i vertici di Cosa Nostra sarebbe stato proprio Calogero Mannino, che in quel periodo era ministro per gli Interventi straordinari nel Mezzogiorno. Temendo per la propria vita, si consultò in un primo momento con il maresciallo Giuliano Guzzelli e successivamente con l’allora comandante del Ros Antonio Subranni.

Ad avviare il segretissimo dialogo con Cosa Nostrafurono i carabinieri del Ros Giuseppe De Donno e Mario Mori, rispettivamente colonnello e generale. Lo fecero attraverso Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, con cui si incontrarono privatamente diverse volte. Tramite l’ex sindaco si sarebbe arrivati al capo di Cosa Nostra Totò Riina, che avrebbe gestito direttamente la trattativa proprio attraverso Ciancimino.

Dopo l’arresto di Riina, nel 1993, la trattativa sarebbe proseguita con Bernardo Provenzano. Stavolta però – a rivelarlo è stato Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco e collaboratore di giustizia dal 2008 – a fare da intermediario ci sarebbe stato Marcello Dell’Utri, il cui ruolo sarebbe andato avanti fino al 1994, in occasione dell’elezione di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio. Il tutto avrebbe avuto un funzionamento piuttosto semplice: benefici ai boss di Cosa Nostra – abolizione del 41 bis, la revisione dei processi e delle sentenze – in cambio di uno stop agli attentati che tanto avevano terrorizzato l’opinione pubblica e non solo.

Foto | Flickr

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