Rosarno, All Inside 2: la decisiva collaborazione di Giuseppina Pesce

Ci sono anche due carabinieri e un agente di polizia penitenziaria tra le persone arrestate ieri a Rosarno (Reggio Calabria) nell’operazione All Inside 2 contro la cosca Pesce.I militari – Carmelo Luciano, di 46 anni, e Giuseppe Gaglioti di 32 anni – secondo l’accusa, avrebbero informato la cosca in merito a inchieste e blitz in

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Ci sono anche due carabinieri e un agente di polizia penitenziaria tra le persone arrestate ieri a Rosarno (Reggio Calabria) nell’operazione All Inside 2 contro la cosca Pesce.

I militari – Carmelo Luciano, di 46 anni, e Giuseppe Gaglioti di 32 anni – secondo l’accusa, avrebbero informato la cosca in merito a inchieste e blitz in cambio di regali e sconti per l’acquisto di automobili. Concorso esterno in associazione mafiosa e concorso in corruzione aggravata i reati contestati.

Per un terzo carabiniere indagato, in passato in servizio presso il Comando provinciale dell’Arma di Reggio Calabria, il gip non ha concesso l’arresto disposto invece per l’agente di polizia penitenziaria Eligio Auddino, in servizio nel penitenziario di Palmi. È accusato di aver agevolato lo scambio di messaggi fra il boss Salvatore Pesce ed i familiari e di aver favorito l’introduzione nel carcere di Palmi di beni e oggetti non consentiti dal regolamento.

Auddino in cambio, secondo le indagini, avrebbe ricevuto dalla cosca Pesce la promessa dell’assunzione della moglie nella casa di cura Villa Elisa di Cinquefrondi (Reggio Calabria).

Tra le 24 persone arrestate ieri anche due donne che per gli inquirenti avevano un ruolo apicale nell’organizzazione. Sono Carmelina Capria, 47 anni, moglie del presunto capocosca Antonio Pesce, 57 anni, detto “U’ Testuni”, e Mariagrazia Pesce, 28 anni, moglie di Roberto Matalone, latitante. La Capria viene indicata come la contabile della cosca, Mariagrazia Pesce invece avrebbe portato a conoscenza degli affiliati gli ordini che arrivavano dal carcere.

Decisiva per l’inchiesta la collaborazione di Giuseppina Pesce, classe 1979, figlia del presunto boss Salvatore. La donna, già in carcere, nell’ottobre scorso ha iniziato a collaborare con la magistratura, fornendo indicazioni importanti sull’attività del clan e sui suoi collegamenti.

Giuseppina Pesce, come riferito dagli investigatori, ha ricostruito l’ascesa all’interno della cosca del cugino latitante Francesco in seguito alla detenzione dello zio Antonino. Inoltre ha “dettagliatamente indicato attività economiche riconducibili alla cosca mafiosa”.

La collaborazione ha evidenziato “il ruolo svolto Giuseppina Pesce all’interno della potente cosca mafiosa e lo stretto legame di sangue che la lega ai sodali” rendendo “il contributo da lei fornito estremamente significativo, nell’ambito di una realtà criminale difficilmente penetrabile e poco permeabile a fenomeni collaborativi”. Si legge su Strilli:

Le dichiarazioni della donna hanno trovato, secondo i magistrati, riscontri su vari fronti investigativi: il 16 e il 22 ottobre, per esempio, all’esito di perquisizioni mirate, sono stati rinvenuti ben tre bunker, di cui uno nella esatta allocazione indicata dalla collaboratrice, sotto l’abitazione del cugino latitante Francesco Pesce; altri due rispettivamente all’interno dell’abitazione del latitante Domenico Leotta e del suocero di questi. Sempre su indicazione della donna, è stata rinvenuta una pubblicazione, subito posta sotto sequestro, su gradi e gerarchie della ‘ndrangheta.

Insomma, dopo l’inizio delle collaborazioni di Consolato Villani, Roberto Moio e Antonino Lo Giudice (e all’inizio dell’anno, nella Locride, di Domenico Oppesidano), la “palermitanizzazione” nel modus operandi della Procura di Reggio Calabria porta a un ulteriore “pentimento”, quello più inaspettato e singolare, anche perché il soggetto coinvolto è una donna.

Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e l’aggiunto Michele Prestipino commentando i particolari dell’operazione All Inside 2 hanno affermato:

“Questo è un momento importante perché ci sono persone appartenenti alla ‘ndrangheta che chiedono, da detenuti o da liberi, di collaborare con la giustizia e fanno dichiarazioni”. “Per noi si tratta di uno spunto e di un incoraggiamento – ha aggiunto Pignatone – a continuare su questa strada. La nostra speranza è di potere ottenere, grazie a questi apporti collaborativi, nuovi risultati contro la ‘ndrangheta”. Secondo il Procuratore della Repubblica aggiunto, Michele Prestipino, la collaborazione con la giustizia di Giuseppina Pesce, figlia del boss Salvatore e nipote del capo storico della cosca, Antonino Pesce, “rappresenta un fatto estremamente importante perché dimostra che la ‘ndrangheta, anche nelle sue articolazioni piu’ potenti e più radicate sul territorio, non é invincibile, ma è anzi assolutamente vulnerabile dall’azione di contrasto da parte dello Stato. Le indagini hanno dimostrato che la componente femminile della cosca non è impegnata soltanto in ruoli e attività di carattere marginale, e che alle donne vengono riservati anche compiti di responsabilità. In questo caso specifico quello dei collaboratori di giustizia è un contributo importante perché viene da chi, essendo stato mafioso ed avendo fatto parte della cosca, ne svela i segreti”.

L’indagine, condotta dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e coordinata dalla Dda, era partita dall’omicidio, nell’ottobre del 2006, di Domenico Sabatino, ritenuto un membro della cosca. Ma l’attività investigativa ha poi “consentito di introdursi nelle dinamiche criminali, comprenderne le logiche e gli equilibri, ed ascoltare in diretta, per voce dei principali protagonisti, il contenuto delle relazioni e degli accordi, nonché registrare le modalità di esecuzione di progetti criminosi alla base dell’associazione di tipo mafioso”.

Alle 24 persone coinvolte nell’operazione (qui gli altri nomi), 14 delle quali già detenute, viene contestata l’associazione per delinquere di tipo mafioso finalizzata a vari reati.

Foto | Flickr

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