Mafia Italo-americana: la Famiglia Gambino

Quando, otto anni fa, morì di malattia all’interno di un carcere federale di Springfield, non tutti all’interno della Famiglia versarono lacrime di dolore. Perché John Gotti per molti non aveva gestito al meglio gli affari dell’organizzazione, una delle Cinque famiglie newyorkesi, portandola sulla via del declino. Ma John l’elegantone, John l’esibizionista, era solo l’ultimo padrino

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Quando, otto anni fa, morì di malattia all’interno di un carcere federale di Springfield, non tutti all’interno della Famiglia versarono lacrime di dolore. Perché John Gotti per molti non aveva gestito al meglio gli affari dell’organizzazione, una delle Cinque famiglie newyorkesi, portandola sulla via del declino.

Ma John l’elegantone, John l’esibizionista, era solo l’ultimo padrino della famiglia Gambino, retta fino alla metà dei Sessanta da Charles Gambino (nella foto), morto nel 1976, e poi da Paul Castellano. Al funerale di Don Carlo c’erano politici, giudici, uomini d’affari. Si dice che sia stato lui a ispirare il personaggio di Vito Corleone ne Il padrino di Mario Puzo. Gambino arrivò da Palermo a New York nel 1921 e si stabilì a Brooklyn da un fratello della madre, Giuseppe Castellano, allora ritenuto un importante boss mafioso.

Salvatore D’Aquila – primo boss della famiglia che poi assumerà il nome “Gambino” – lo inserì nell’organizzazione che si occupava prevalentemente di gioco d’azzardo, usura, estorsioni, contrabbando d’alcool, prostituzione. In seguito la Famiglia si specializzerà nel traffico di droga, come svelerà l’inchiesta Pizza Connection del 1979.

La morfina dai paesi mediorientali giungeva nel palermitano dove le raffinerie di droga la trasformavano in eroina pronta per essere smerciata sul mercato americano, soprattutto newyorkese. Spiegava all’epoca il magistrato Giuseppe Ayala: “Nelle banche svizzere avvenivano le transazioni: si pagava la materia prima. Quello che rimaneva del guadagno, in parte si reinvestiva all’estero, in parte veniva reinvestito in Italia. Questo è lo schema che vi dà la dimensione, anche planetaria, della capacità di fare affari della mafia.”

All’età di 26 anni, Gambino era già uno dei più importanti capidecina della Famiglia e, ambizioso quanto diplomatico, manteneva i rapporti anche con i boss delle altre cosche tra cui Lucky Luciano, Vito Genovese, Gaetano Lucchese. Dopo la guerra castellammarese, gli assassinii dei vecchi boss Masseria e Maranzano, e la creazione della Commissione, il capo dei Gambino divenne Vincent Mangano.

Intanto Charles si era sposato. Da quel matrimonio avrà tre figli, due dei quali diventeranno importanti membri della Famiglia. Uno di essi, Thomas, convolerà a nozze con una figlia del boss Lucchese cementando il rapporto tra le due famiglie a loro volta particolarmente legate in quel periodo con Joseph Magliocco, capomafia dei Colombo. A Mangano successero Frank Scalice e Albert Anastasia.

Entrambi vennero assassinati nel 1957, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Gambino non aveva più avversari, la strada verso la carica di boss dell’organizzazione era spianata. Sotto la sua guida la Famiglia raggiunse un potere e un’estensione criminale enorme. Una piovra. All’inizio degli anni ‘60 l’organizzazione poteva contare su circa 500 uomini d’onore e 2000 affiliati per un giro d’affari (derivante da usura, estorsioni, traffico di droga, gioco d’azzardo, scommesse clandestine, prostituzione, appalti) di 500 milioni di dollari annui. Chicago, Los Angeles, Miami, Las Vegas. Persino a Cuba la famiglia aveva interessi, con l’acquisto di alcuni casinò e alberghi. Tramite i loro sindacati si è stimato che i Gambino controllassero anche il 90% dei porti di New York.

Alla fine degli anni ‘60, morti Joseph Magliocco, Gaetano Lucchese, Vito Genovese e ritiratosi a vita privata Joe Bonanno, Gambino divenne il più influente boss Cosa nostra americana. Il suo potere crebbe ancora di più nei primi anni Settanta con l’omicidio di Joseph Colombo, che per gli investigatori sarebbe stato ordinato dallo stesso Gambino, preoccupato dal crescente potere del boss all’interno della Commissione. Stessi sospetti da parte della polizia per l’assassinio, nel 1972, del reggente della Famiglia Genovese, Thomas Eboli che sarebbe stato ucciso per non aver restituito un debito di 4 milioni di dollari.

Don Carlo non venne mai arrestato nei 20 anni in cui fu a capo dell’organizzazione. Nel 1972, al culmine del suo potere, i federali intercettarono una riunione mafiosa svoltasi nella sua abitazione nel quartiere Ocean Parkway di Brooklyn. Gli agenti, appostati con un furgone attrezzato per le intercettazioni, poterono ascoltare e registrare solo le domande che venivano rivolte a Gambino: il vecchio boss non proferiva parola, con ogni probabilità si limitava ad annuire o meno.

Negli ultimi anni di vita il Gambino, malato di cuore, scelse come erede Paul Castellano. Poco tempo dopo, nel 1976, Don Carlo morirà a Long Island, per un attacco di cardiaco all’età di 74 anni. Castellano rimarrà a capo della famiglia fino al giorno del suo omicidio che secondo l’FBI sarebbe stato voluto da John Gotti per prenderne il posto. Era il 1985.

Il boss venne freddato con sei colpi di pistola alla testa e al collo mentre stava scendendo dall’auto per andare a cena in un ristorante di Manhattan. Gotti diviene allora l’ultimo padrino della famiglia Gambino. Il suo battesimo di sangue era avvenuto diversi anni prima, nel 1973. Gotti non era ancora un “uomo d’onore” quando, travestito da poliziotto, vendicò l’omicidio di Emanuele Gambino, nipote di Don Carlo, rapito da un banda di piccoli criminali e poi trovato morto. Tutti i membri della gang furono uccisi; Gotti e altri due sicari, secondo quanto successivamente appurato, si occuparono di far fuori il loro capo James Mcbratney all’interno di un bar di Manhattan, con tre colpi di pistola in faccia.

Per la sua abilità nel farsi scivolare addosso le accuse che gli venivano mosse Gotti venne soprannominato dai media “The Teflon Don”. Intanto sfoggiava abiti e orologi da migliaia di dollari e non faceva nulla per nascondere il suo potere. Simpatico e affabile in pubblico quanto violento e rozzo con i suoi familiari Gotti riuscì a farla franca fino al 1990 quando, a seguito di indagini e intercettazioni ambientali dell’FBI, fu arrestato per tredici omicidi, usura, racket, gioco d’azzardo illegale ed evasione fiscale. Poco dopo l’arresto sarà accusato di alcuni di quei reati da altri “uomini d’onore” e nel 1992 anche il suo vice Sammy Gravano lo tradirà convinto che Gotti fosse pronto a far ricadere su di lui tutte le accuse.

Il boss morirà di cancro nel 2002 nel Centro Medico per i prigionieri federali a Springfield, Missouri, dove era stato trasferito. Secondo gli investigatori dell’FBI alla guida dell’organizzazione sarebbe succeduto il figlio, John Gotti jr., ma né lui né suo fratello Peter, che lo avrebbe poi sostituito, si dimostrarono all’altezza dell’incarico facendo scemare ulteriormente il potere di quella che un tempo era considerata la più potente delle Cinque famiglie.

Oggi i Gambino avrebbero tra i loro ranghi circa 200 affiliati che dal 2008 sarebbero agli ordini del presunto boss Nicholas Corozzo, succeduto a Jackie D’amico, arrestato nel febbraio di quell’anno con l’operazione Old Bridge: una novantina di arresti tra l’America e Palermo, sul vecchio asse della droga ai tempi di Pizza Connection.

Dall’inchiesta emerse su tutte la figura di Frank “boy” Calì, 43 anni, ritenuto l’astro nascente della famiglia Gambino. Ufficialmente gestiva un’azienda di import-export di frutta, ma nelle intercettazioni telefoniche i boss siciliani parlano di lui come quello che “era tutto di là”. Era lui secondo gli investigatori l’uomo su cui gli Inzerillo – gli “scappati” ai tempi della guerra di mafia scatenata da Riina – contavano per riacquistare il potere di un tempo a Palermo.

Nel 1981 il loro boss, Salvatore Inzerillo, fu assassinato a colpi di kalashnikov nel capoluogo siciliano. Seguirono gli omicidi dei suoi due fratelli Santo e Pietro – quest’ultimo trovato cadavere nel New Jersey all’interno nel bagagliaio di un’auto con 5 dollari in bocca e 2 sui genitali – quindi la grande fuga negli States dove gli Inzerillo si stabilirono a Cherry Hills.

In seguito importanti elementi degli Inzerillo saranno coinvolti nell’inchiesta Pizza Connection, che ne svelò il ruolo di gestori di grandi traffici di eroina insieme ai Gambino. Le due famiglie nell’estate del 1979 si sarebbero occupate anche del falso sequestro, da parte di un fantomatico gruppo proletario eversivo, del bancarottiere piduista Michele Sindona, che per cento giorni si nascose in Sicilia prima di tornare in America dove avrebbe dovuto essere processato.

Per i magistrati la mafia palermitana ”tentava di ristabilire rapporti con la malavita nordamericana perché coltivava l’intenzione di rientrare nel traffico di droga, molto più lucroso delle estorsioni”. Ma non tutti erano d’accordo al ritorno degli Inzerillo:

“Lo schieramento, capeggiato da Rotolo (Nino, ritenuto capomandamento di Pagliarelli, ndr) si opponeva al rientro degli Inzerillo, principalmente per il timore di possibili propositi di vendetta non disgiunti dal riconoscimento delle potenzialità degli avversari; dall’altra parte, una pluralità eterogenea di soggetti mafiosi, alcuni dei quali storicamente legati agli Stati Uniti d’America e alle famiglie della Lcn (La Cosa Nostra) statunitense, tra i quali spicca la figura di Salvatore Lo Piccolo, era invece favorevole”. 

A favore del rientro degli “scappati” che non andavano “fuori dal seminato” c’era il boss Salvatore Lo Piccolo che in questa lettera indirizzata a Bernardo Provenzano scriveva: “Si tratta di un impegno e di una decisione di almeno 25 anni fa, da allora ad oggi molte persone non ci sono più. Siamo arrivati al punto che siamo quasi tutti rovinati, e i pentiti che ci hanno consumato girano indisturbati. Purtroppo ci troviamo in una situazione triste e non sappiamo come nasconderci. Comunque – concludeva – in ogni caso qualsiasi decisione prenderete sarà fatto”.

Tornando all’ultimo presunto reggente dei Gambino, “Little Nick” Corozzo, a quattro mesi dall’operazione Old Bridge, dopo un periodo di latitanza, si è consegnato spontaneamente alle autorità e si è dichiarato non colpevole di associazione a delinquere, estorsione e omicidio.

Foto | Gangstersinc

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