Relazione DIA: la ‘ndrangheta al nord e la caccia a Messina Denaro

Nella relazione del primo semestre 2010 inviata dalla Direzione investigativa antimafia al Parlamento non si parla solo della sempre più capillare infiltrazione della mafia calabrese al nord, dei rapporti delle ‘ndrine con ambienti imprenditoriali lombardi, del ruolo di tecnici e amministratori. C’è spazio anche per la latitanza della primula rossa di Cosa nostra, Matteo Messina

di remar


Nella relazione del primo semestre 2010 inviata dalla Direzione investigativa antimafia al Parlamento non si parla solo della sempre più capillare infiltrazione della mafia calabrese al nord, dei rapporti delle ‘ndrine con ambienti imprenditoriali lombardi, del ruolo di tecnici e amministratori. C’è spazio anche per la latitanza della primula rossa di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro.

Il boss, si legge nella relazione, è protetto da “un nutrito gruppo di soggetti, alcuni dei quali fino a tempi recenti del tutto sconosciuti agli inquirenti perché abilmente mimetizzati nel tessuto sociale, ma comunque legati al ricercato, non solo perché incaricati di gestirne la latitanza, ma anche perché investiti del delicato compito di porre in essere attività strumentali all’esistenza ed alla vitalità stessa della compagine mafiosa”.

Il super latitante trasmette le sue direttive “a mezzo di missive” e, a differenza degli uomini che formavano la rete di protezione di Bernardo Provenzano, i fedelissimi che si occupano di gestire la latitanza e le comunicazioni di Messina Denaro si caratterizzano per l’osservanza “di due regole ferree: il divieto di lasciare traccia materiale sia dei biglietti che dei movimenti posti in essere per le attività di consegna/prelievo degli stessi, nonché nel ridurre al minimo il numero dei tramiti e le occasioni in cui la posta viene veicolata”.


Tornando a quella parte della relazione trasmessa al parlamento che parla delle infiltrazioni ‘ndrangetistiche al nord e soprattutto in Lombardia si legge tra l’altro della “consolidata presenza” in alcune aree della regione di “sodali di storiche famiglie di ‘ndrangheta” che ha ormai “influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi” attraverso il “coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede a impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative”.

La strategia di penetrazione nel tessuto economico da parte delle ‘ndrine oggi poggia su una sorta di doppio binario “quello del consenso e quello dell’assoggettamento”. Infatti le cosche esportando i “locali”, sempre dipendenti dalla casa madre, “da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici”. Tutto questo con il contributo fattivo “di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che mantenendo fede a impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative”.

Confermato inoltre dagli investigatori il radicamento delle ‘ndrine Barbaro-Papalia di Platì nella zona sud-ovest di Milano. Indagando su tale presenza “sono così affiorati i legami con imprenditori ed amministratori, realizzati dai nuovi vertici criminali, che hanno portato all’arresto del vicepresidente di una società per azioni, di un ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, vertice protempore del consiglio di amministrazione di aziende pubbliche operanti nel settore della tutela e gestione delle risorse idriche dell’area milanese, nonchè di un componente del consiglio comunale di un geometra, rispettivamente membro della commissione edilizia e responsabile nell’ufficio Area-Territorio del citato comune”.

Ma le infiltrazioni delle ‘ndrine non riguardano solo la Lombardia dove pure è stata registrata una “costante e progressiva evoluzione” della mafia calabrese più che altrove. In Piemonte ad esempio sono presenti “soggetti riconducibili alle ‘ndrine del vibonese, della locride, dell’area ionica e tirrenica della provincia di Reggio Calabria”. I clan “attraverso imprese controllate” concentrano i loro interessi prevalentemente nel settore degli appalti pubblici dove, spesso, operano attraverso subappalti. L’altra attività prevalente dei gruppi ‘ndranghetistici è il traffico di droga.

C’è poi la Liguria. Qui “è tradizionalmente radicata la presenza di note espansioni di ‘ndrine a Genova, nel ponente ligure e nella riviera di levante”. Stupefacenti, estorsioni, usura, gioco d’azzardo, controllo dei locali notturni per lo sfruttamento della prostituzione sono i maggiori settori d’arricchimento per le ‘ndrine; “non meno importante è la significativa presenza, attraverso capitali di incerta provenienza, nei campi dell’imprenditoria edile e dello smaltimento dei rifiuti”. 

E in Veneto? La Dia parla di “segnali di interesse” della ‘ndrangheta verso i settori dell’economia locale e di una “significativa incidenza percentuale delle segnalazioni per operazioni finanziarie sospette effettuate nella regione”.

E siamo all’Emilia Romagna: a Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma vi è una presenza “diretta” della cosca Grande Aracri e di mafiosi riconducibili alle cosche dei Barbaro, Strangio, Nirta e dei Bellocco, ma i clan puntano ad espandersi anche nelle altre province. La Toscana è considerata “territorio di elezione di alcune qualificate propaggini della ‘ndrangheta”. E anche se ad oggi i processi di penetrazione nel tessuto socio-economico e imprenditoriale della regione “non hanno svelato sostanziali soluzioni di continuità” c’è “l’esigenza di una realistica presa d’atto sulla rinnovata pericolosità delle presenze di elementi riconducibili alle cosche mafiose calabresi”.

Per quanto riguarda il Lazio, è in particolare “la Capitale – si legge nel rapporto – come altre grandi aree metropolitane” a costituire “un favorevole luogo per il rifugio di latitanti”. “Nel primo semestre 2010 sono infatti stati tratti in arresto alcuni esponenti di rilievo delle cosche reggine, sfuggiti alla cattura in precedenti azioni di polizia”, ricorda ancora la Dia. A Roma “gli interessi economici delle cosche si sono via via evoluti concentrandosi nel multiforme e diffuso settore commerciale della ristorazione”. Le ‘ndrine Gallace e Novella invece “si sarebbero orientate verso il settore degli appalti pubbici”.

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