‘Ndrangheta, Locri: tre arresti. Cosche Cordì e Cataldo alleate

Tre presunti affiliati alle cosche Cataldo e Cordì (già colpita a luglio dall’Operazione Giano) sono finiti in manette a Locri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Dda reggina. L’accusa è di associazione per delinquere di tipo mafioso. I clan Cordì e Cataldo, dopo essere stati per 40 anni

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Tre presunti affiliati alle cosche Cataldo e Cordì (già colpita a luglio dall’Operazione Giano) sono finiti in manette a Locri in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Dda reggina. L’accusa è di associazione per delinquere di tipo mafioso.

I clan Cordì e Cataldo, dopo essere stati per 40 anni contrapposti, secondo le indagini avevano stretto un’ alleanza operativa. In nome degli affari avrebbero messo da parte le vecchie ruggini, gestendo insieme i traffici di droga e armi.

Alle indagini ha contribuito, attraverso le sue dichiarazioni, anche un pentito. L’uomo non fa parte di quelli che di recente hanno avviato il loro percorso di collaborazione con la Dda reggina.

Determinanti per l’attività investigativa le intercettazioni ambientali e telefoniche che hanno poi trovato riscontro con quanto riferito dal collaboratore di giustizia.

Alla fine dei Sessanta i Cataldo erano egemoni su Locri. Lo scontro con i Cordì ebbe origine nel 1967 con la strage di Piazza mercato in cui furono uccise tre persone, il presunto boss e capo cosca Domenico Cordì, Vincenzo Saraceno e Carmelo Siciliano.

Dopo una serie di agguati e omicidi la faida registrò una lunga pausa riprendendo nell’estate del 1993 quando i Cordì cercarono di uccidere Giuseppe Cataldo con una bomba a mano. L’uomo, ritenuto il capobastone della cosca, verrà poi arrestato nel 2005. Nel 1997 invece a cadere sotto i colpi dei sicari fu Cosimo Cordì, considerato uno degli esponenti di punta clan. Tutti gli episodi della faida in questo articolo d’archivio della Gazzetta del Sud, via Calabria Notizie:

Il 4 luglio del 1993 la tregua armata tra le famiglie Cordì e Cataldo – che andava avanti da circa 25 anni ossia dalla cosiddetta strage di piazza Mercato, datata 23 giugno 1967, nella quale furono assassinate tre persone tra cui il boss Domenico Cordì – si interrompe, a Locri, col tentato omicidio (una bomba dentro l’auto scagliata da un motoclista) di Giuseppe “Pepè” Cataldo, classe 1938, capo storico dell’omonimo clan ed elemento di spicco della ndrangheta calabrese, alleato ed amico dei capi di Cosa Nostra e della Camorra. È l’inizio della faida, nonostante il boss Cataldo finisca in carcere a seguito delle pesanti accuse rivoltegli da alcuni pentiti. A distanza, infatti, di meno di un anno dalla mancata uccisione del “capobastone”, a Locri, sotto una tempesta di piombo, cade, il 19 aprile del ‘94, Graziano Paciullo, che carabinieri e polizia indicano come uno dei fedelissimi del boss Cataldo. A febbraio del ‘95 tocca ad un altro “cataldiano”, Damiano Zucco. Nell’agguato mortale viene anche ucciso l’incolpevole giovane locrese Giuseppe Caserta, un ragazzo che si guadagnava da vivere scaricando dai camion cassette di frutta.

Il tiro si alza ulteriormente agli inizi di marzo del 1996 con il duplice tentato omicidio di Vittorio Parrotta e Lorenzo Spilinga. Parrotta, cognato di uno dei Cataldo, sopravvive poco più di un anno: nel settembre del ‘97 un killer dalla mira infallibile lo uccide con un colpo di fucile di precisione. Un anno prima, a luglio del ‘96, era stato freddato Antonio Iemma, 52 anni, cognato del boss e capo dell’omonima consorteria, Giuseppe Cataldo. Tra l’estate e l’autunno del ‘97 vengono assassinati Giuseppe Ursino e Pietro Dotto.Per evitare l’annientamento i Cataldo reagiscono e alzano il tiro. A farne le spese è il capo della cosca avversa, Cosimo Cordì, 46 anni. L’agguato mortale avviene il 13 ottobre del 1997 alla periferia nord di Locri mentre il boss, lungo la Statale 106, si trova in sella alla sua bicicletta “scortato” dal nipote Salvatore Cordì, classe 1951, che rimane ferito (verrà, poi, ucciso a Siderno otto anni dopo, in un altro agguato).

La risposta è immediata, appena cinque ore: ad essere ucciso è Giuseppe Calimero, 55 anni. Dopo 48 ore un altro omicidio: si tratta del custode della sala mortuaria dell’ospedale locrese, l’incensurato Salvatore Zucco, 49 anni.Lo scontro diventa inarrestabile tant’è che il 18 ottobre viene ferito gravemente Domenico Cataldo, 62 anni, fratello di Giuseppe. A distanza di appena 48 ore tocca ad Aurelio Staltari, 34 anni, originario di Canolo, ma residente a Locri, ferito in modo grave. La lista dei morti si allunga a distanza di tre mesi, il 14 gennaio del 1998, con l’uccisione di Vincenzo Cataldo, 52 anni, anch’egli fratello del leader del gruppo locrese, Giuseppe.

A un mese di distanza (13 febbraio) ad essere assassinato è Agostino Dieni, 65 anni, titolare di un negozio di calzature e pelletterie di Locri. Passano 5 giorni e muore Maurizio Schirripa, di 34 anni.Dopo due anni circa, nell’autunno del 2000, cadono uccisi l’incensurato Bruno Ursino, 21 anni, nipote di Giuseppe Ursino ucciso tre anni prima a Locri, e Pietro Caccamo, 43 anni, di Siderno. Il 30 agosto del 2001, invece, ad essere assassinato è il ventunenne Pietro Mina. Dopo una pausa di qualche anno lo scontro armato riprende a metà febbraio del 2005: ad essere ucciso a Locri, davanti all’uscio di casa, è il sorvegliato speciale Giuseppe Cataldo, 37 anni, nipote dell’omonimo boss. La feroce risposta arriva il 31 maggio del 2005 quando due killer armati di lupara crivellano di pallettoni, in pieno centro a Siderno, Salvatore Cordì, 51 anni, figlio di Domenico, ucciso nel ‘67 nella cosiddetta “strage di piazza Mercato e nipote dei numeri uno dell’omonimo clan Cosimo Cordì (ucciso il 13 ottobre del ‘97) e Antonio Cordì “u Ragiuneri”, 64 anni, deceduto nell’estate del 2007 per via di un male incurabile.

Update
Grazie a Casamemoria Vittimemafia per il commento che permette di chiarire, a scanso di equivoci, che Carmelo Siciliano il giorno della strage di Piazza Mercato fu una “vittima innocente estranea alla contesa tra gruppi mafiosi” come si legge a pagina 59 della sesta edizione di “Fratelli di sangue” di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso.

Via | CN24Tv

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