Camorra: arrestato Salvatore Anastasio, presunto reggente omonimo clan

Era ricercato da luglio 2008 Salvatore Anastasio, ritenuto reggente dell’omonimo clan vesuviano. L’uomo, di 49 anni, in quella occasione era riuscito a sfuggire all’arresto nell’operazione “Grande Muraglia” della DIA di Roma per associazione di stampo camorristico, ricettazione ed introduzione nello Stato di prodotti con segni falsi. I militari dell’Arma del Nucleo Investigativo di Castello di

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Era ricercato da luglio 2008 Salvatore Anastasio, ritenuto reggente dell’omonimo clan vesuviano. L’uomo, di 49 anni, in quella occasione era riuscito a sfuggire all’arresto nell’operazione “Grande Muraglia” della DIA di Roma per associazione di stampo camorristico, ricettazione ed introduzione nello Stato di prodotti con segni falsi.

I militari dell’Arma del Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna lo hanno intercettato e arrestato ieri mattina a Poggiomarino (Napoli) mentre percorreva la SS 268 a bordo di un autocarro guidato da un 43enne incensurato.

Al centro dell’indagine di due anni fa, gli accordi fra la camorra e la mafia cinese per la commercializzazione e il contrabbando di merce contraffatta oltre che per il controllo degli affari immobiliari nel quartiere Esquilino di Roma.


L’influenza del clan Anastasio, dai paesi vesuviani – Sant’ Anastasia, Madonna dell’Arco – si è estesa negli anni fino al territorio romano. Anzio, Nettuno, la Capitale. Qui il capoclan Aniello Anastasio è stato in soggiorno obbligato facendosi poi arrestare, nel 2003, con altre 57 persone a seguito di un’inchiesta della Dda.

E nella zona dei Castelli Romani Salvatore Anastasio avrebbe passato l’ultimo periodo della sua latitanza. Il presunto boss, che non era armato, non ha opposto nessuna resistenza e non ha cercato di darsi alla fuga come si legge su Il Nolano. A giugno una maxioperazione contro la criminalità cinese in Italia aveva svelato un giro d’affari da quasi 3 miliardi di euro all’anno grazie al riciclaggio di denaro sporco.

Del patto camorra-mafia cinese scoperto con la precedente operazione “Grande Muraglia” si legge invece in questo articolo d’archivio di Repubblica:

La merce contraffatta partiva dalla Cina e arrivava al porto di Napoli. Veniva stoccata nei magazzini del Napoletano e poi trasferita in alcuni capannoni a Cassino, in provincia di Frosinone. Le false etichette invece venivano prodotte a Martina Franca. La camorra, poi, imponeva la vendita della merce ai negozianti dell’Esquilino, sia cinesi che italiani. Per non prestarsi all’attività criminale alcuni commercianti italiani avevano preferito vendere i locali a cinesi.

L’attività del clan però non si fermava a questo: i referenti romani, infatti, svolgevano anche una vera e propria attività di intermediazione immobiliare gestendo alcune società e imponendo ai cinesi l’affitto o la locazione di negozi o appartamenti.L’inchiesta è partita dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Giuliano, che ha descritto agli investigatori il meccanismo con il quale la camorra controllava il mercato delle griffe contraffatte che finivano sia nei negozi della Chinatown romana sia sulle bancarelle di tutti i mercati d’Italia.

Foto | Flickr

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