Mafia italo-americana: la Famiglia Genovese

Della famiglia Genovese avevamo parlato di recente in occasione dell’arresto di un presunto boss accusato di omicidi ed estorsioni. Ma quel nome non è per niente nuovo. Le sue radici affondano nella storia della mafia italo-americana. Alla pari dei Bonanno, dei Gambino. La Rolls Royce della mafia – come qualcuno l’ha definita – ad oggi

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Della famiglia Genovese avevamo parlato di recente in occasione dell’arresto di un presunto boss accusato di omicidi ed estorsioni. Ma quel nome non è per niente nuovo. Le sue radici affondano nella storia della mafia italo-americana. Alla pari dei Bonanno, dei Gambino. La Rolls Royce della mafia – come qualcuno l’ha definita – ad oggi è considerata la più potente delle Cinque famiglie di New York.

Del resto tra le sue file sono passati boss del calibro criminale di Lucky Luciano, Frank Costello, Vito Genovese, Thomas Eboli, Philip Lombardo, Vincent Gigante. La sua influenza si estende non solo nel vicino New Jersey: la famiglia gode del rispetto delle altre organizzazioni mafiose d’oltreoceano ed è in affari in particolare con le consorterie criminali di Cleveland, Boston, Buffalo e Filadelfia.

Alla fine dei Settanta i Genovese riuscirono a manovrare a loro piacimento alcuni esponenti di rilievo di quella famiglia convincendoli a fare fuori il loro boss Angelo Bruno. L’obiettivo era quello di assumere il controllo dei casinò di Atlantic City. E oggi chi c’è a capo dei Genovese?

Certo di tempo ne è passato da quando nel lontano 1892 i fratelli Morello – rispettati “uomini d’onore” corleonesi – giunsero dalla Sicilia a New York. Cosa nostra americana era allo stato nascente. Dopo una guerra scoppiata nei primi anni del secolo per l’egemonia su Manhattan e l’East Harlem contro la famiglia di Salvatore D’Aquila (poi denominata Gambino) i Morello dovettero fronteggiare la faida causata dalla sete di potere di Joe Masseria, emigrato da Marsala nel 1903.

La fazione guidata dal rivale di Masseria, Joseph Valenti – spalleggiato dai Morello – ebbe la peggio. Valenti venne assassinato e Joe divenne il capofamiglia. Assunto il controllo della banda, in pieno proibizionismo, si circondò di giovani promettenti: Lucky Luciano, Willie Moretti, Settimo Accardi, Frank Costello e altri.

Ma a “Joe the boss” non bastava. Ordinando l’omicidio di Salvatore D’Aquila fece scoppiare la guerra castellammarese: i Masseria contro Salvatore Maranzano, potente capomafia giunto da Castellammare del Golfo, e la sua banda. Sarà Maranzano ad uscirne vincitore e a ordire insieme a Luciano l’assassinio del vecchio boss Masseria. Era il 1931.

Maranzano e Luciano diedero vita alla Commissione, ma ben presto entrarono in rotta di collisione. Per il vecchio boss arrivato da Castellammare i siciliani dovevano lavorare tra loro. Quindi Luciano non doveva allearsi con i gangster ebrei Meyer Lansky e Bugsy Siegel. Luciano non era certo il tipo da accettare ordini. Il 10 settembre 1931 Maranzano venne assassinato nel suo ufficio e Luciano assunse ufficialmente la guida della famiglia Genovese.

Dopo la sua espulsione in Italia, nel 1946, nominò capofamiglia Frank Costello soprannominato “il primo ministro della malavita” per la sua abilità nel tessere rapporti con ambienti della politica, della magistratura e dell’imprenditoria. Fu lui a occuparsi di finanziare la costruzione del primo casinò di Las Vegas.

Nel 1957, dopo esser stato vittima di un agguato mentre stava rientrando nel suo appartamento con la moglie, Costello capì che il suo tempo era finito e decise di ritirarsi lasciando il posto di capofamiglia al rivale in ascesa, Vito Genovese. Qualche anno dopo però, nel 1962, Genovese verrà condannato a 15 anni di prigione per traffico di eroina.

Ad Atlanta divide la cella con Joe Valachi, suo autista, che un bel giorno durante l’ora d’aria uccide, per uno scambio di persona, un altro detenuto a sprangate. Valachi credeva fosse Joseph Di Palermo, della famiglia Lucchese, l’uomo che avrebbe dovuto assassinarlo per ordine dello stesso Genovese il quale credeva che Valachi gli stesse in qualche modo voltando le spalle. E probabilmente il boss ci aveva visto lungo: dopo quel delitto Valachi fu convinto dalle autorità a testimoniare, per la prima volta, contro la Cosa nostra americana.

Genovese fu ritenuto dalle altre famiglie responsabile delle cantate del suo ex autista e da lì inizio il suo declino. Nel 1969 l’anziano boss morirà di cause naturali in prigione. A lui succederà Philip Lombardo che nominerà boss di facciata prima Thomas Eboli (poi assassinato per ordine dei Gambino per un debito milionario) e successivamente il capodecina Frank Tieri.

Furono loro a far uccidere il boss di Filadelfia Bruno. Dopo una sanguinosa faida si accordarono con il nuovo reggente della famiglia Nicky Scarfo che diede il via libera a Lombardo per operare nei casinò di Atlantic City e nel lucroso business del gioco d’azzardo. Dal 1986 in poi – dopo il processo a boss e affiliati di tutte e cinque le Famiglie – a capo dei Genovese subentra Vincent Gigante “The Oddfather”.

Dal boss di facciata si passa al cosiddetto “boss di strada” o messaggero, sempre nel tentativo di confondere ed eludere le indagini di polizia e Fbi. Gigante dava ordini diretti solo al figlio o ad alcuni dei suoi uomini più fidati. Una volta incriminato cominciò a fingersi pazzo, da cui il suo soprannome.

Nel 1985 il boss dei Gambino Paul Castellano, alleato di Gigante, venne ucciso dagli uomini dell’emergente John Gotti. Senza il beneplacito della Commissione Gotti divenne così il capofamiglia dei Gambino. Gigante ne organizzò allora l’omicidio, assieme ai boss della famiglia Lucchese, ma Gotti sfuggì miracolosamente all’autobomba piazzata nella sua auto che uccise invece il vice Frank De Cicco.

All’ inizio dei ‘90 uno dei boss dei Gambino decide di saltare la barricata e collaborare con la giustizia. Inizia a testimoniare contro Gotti e accusa anche Gigante di essere a capo dei Genovese. Nel 1997 il boss – dopo essere stato accusato da altri pentiti – viene considerato sano di mente dagli psichiatri dell’Fbi e condannato a 12 anni di carcere federale. Da lì continuerà a comandare fino alla sua morte, avvenuta il 19 dicembre 2005 nel carcere di Springfield, nel Missouri .

E oggi? Come si diceva la famiglia Genovese è ritenuta ancora la più forte e solida tra le cinque, sconquassate da arresti, pentiti e dalle operazioni congiunte polizia italiana-Fbi che hanno stroncato sul nascere il tentativo di riallacciare stabilmente i rapporti tra gli scappati dalla Sicilia – ai tempi della guerra di mafia scatenata da Riina nei primi anni ’80 – e i padrini d’oltreoceano.

Nel 2008 l’operazione Old Bridge portò in carcere 90 persone tra Usa e Italia. Al centro delle trattative – secondo gli investigatori – Provenzano e i Lo Piccolo da un lato e i Gambino dall’altro. “Si tratta di un impegno e di una decisione di almeno 25 anni fa, da allora ad oggi molte persone non ci sono più. Siamo arrivati al punto che siamo quasi tutti rovinati, e i pentiti che ci hanno consumato girano indisturbati. Purtroppo ci troviamo in una situazione triste e non sappiamo come nasconderci” scriveva Salvatore Lo Piccolo in una missiva indirizzata a zio Binnu. “Comunque – concludeva la lettera – in ogni caso qualsiasi decisione prenderete sarà fatto”.

Ma non tutti a Palermo erano favorevoli al ritorno degli scappati, a cominciare dal boss Nino Rotolo che nel 2005 in una conversazione intercettata con suo fedelissimo dice: “Miché (…) Non è che ci possiamo scordare, perché se questi prendono campo ci scippano le teste a tutti”. Secondo gli inquirenti: “Lo schieramento, capeggiato da Rotolo si opponeva al rientro degli Inzerillo, principalmente per il timore di possibili propositi di vendetta non disgiunti dal riconoscimento delle potenzialità degli avversari; dall’altra parte, una pluralità eterogenea di soggetti mafiosi, alcuni dei quali storicamente legati agli Stati Uniti d’America e alle famiglie della Lcn (La Cosa Nostra) statunitense, tra i quali spicca la figura di Salvatore Lo Piccolo, era invece favorevole”.

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso commentò: “L’operazione ‘Old Bridge’ è il naturale sviluppo delle indagini condotte negli ultimi anni dalla procura di Palermo (…). Il tentativo da parte della mafia palermitana di ristabilire rapporti con la malavita nordamericana c’è stato perché Cosa nostra siciliana coltivava l’intenzione di rientrare nel traffico di droga, molto più lucroso delle estorsioni”.

Dagli archivi di Repubblica ecco una fotografia delle Cinque famiglie scattata all’indomani della maxi operazione:

(…) Con forse 100 uomini rimasti, la “Gambino Family” è stata portata alla rovina da John Gotti, esibizionista vanesio e dal figlio di lui John jr., universalmente riconosciuto come “nù fisso”, un fesso. I Bonanno, un tempo signori della droga, sono confinati a Long Island e nei prestiti a usura. I Lucchese, con al massimo 40 picciottelli, hanno il proprio capo di tutti i capi, Vittorio Amuso, in carcere e i Colombo fanno loro compagnia, avendo il “Padrino” storico, Carmine Persico, all’ergastolo. Resistono i Genovese, guidati dall’ex braccio destro di Vito Genovese, Vincent “The Chin”, la bazza, Gigante, che sono riusciti a mantenere qualche controllo sui porti di New York e di Newark, dal quale passa buona parte dell’import di automobili, sulla raccolta dei rifiuti e sul pesce.

La Mafia negli Stati Uniti esiste e prospera, ma è sempre meno Cosa Nostra, sempre meno italiana. Un guscio svuotato dalla mancanza di quelle nuove reclute che un tempo si rovesciavano sulle spiagge di Ellis Island e dalla crisi di una “cultura mafiosa” che è soltanto crimine senza neppure sottocultura. (…) Un super topo. Michael Franzese, che era stato “fatto” membro della famiglia Colombo nel 1975 con il classico rituale del sangue, del santino, del giuramento, quando uscì dal carcere nel 1995 semplicemente gettò la simbolica tonaca mafiosa alle ortiche.

(…) E’ stato lui a raccontare i dettagli della cerimonia di investitura nel 1975 conclusa con un banchetto luculliano e confrontarla con la festa per gli ultimi “uomini fatti” in questi anni, chiusa con un hamburger in un fast food di Brooklyn. Dai festini allo squallido cheeseburger sta la parabola di questo “stato nello stato” che nel 1941 costrinse Franklyn Roosevelt a negoziare la scarcerazione di Lucky Luciano e la deportazione in Italia per sbloccare il porto di New York, dal quale neppure una spilla sarebbe partita per il fronte se il sindacato scaricatori non avesse avuto l’ok da Luciano.

Ancora negli anni della decantata bonifica di Manhattan organizzata da Rudy Giuliani, fu l’alleanza, più o meno tacita, delle superstiti cinque famiglie che contribuì a ripulire la città dalla solita piaga dell’immondizia. Le inchieste della procura antimafia calcolarono in un miliardo e mezzo di dollari (oggi almeno il triplo) il sovrapprezzo che la città pagava alla mafia della “monnezza”.Sono dinosauri ancora feroci, ma azzannati da nuove e più aggressive bestie mafiose, i Russi, primi per brutalità, i Cinesi della Triad e i Giapponesi della Yakuza (…) che fanno a Cosa Nostra quello che la Mafia italiana fece alla criminalità irlandese e degli ebrei che ebbero in Meyer Suchowlanskij, poi abbreviato in Lansky, il grande boss

Nonostante arresti eccellenti e pentiti (a metà dei ’90 finirono in carcere il presunto vicecapo famiglia Venero Mangano, il consigliere Louis Manna, e importanti capidecina, tutti condannati a lunghe pene detentive) i Genovese possono contare ancora su circa 270 affiliati e decine di associati.

Alla morte di Gigante, nel 2005, si sono succeduti diversi reggenti, ma secondo gli investigatori da marzo 2008 il capo è Daniel “the lion” Leo (nella foto) attualmente in prigione, condannato a 6 anni e mezzo per i reati di estorsione, usura e gioco d’azzardo. Dovrebbe lasciare il carcere nel 2012 quando avrà 68 anni. Un altro esponente di spicco della famiglia, considerato tra i potenziali futuri boss, è il presunto capodecina Liborio Bellomo. Nel frattempo a tenere le redini dell’organizzazione sarebbe – per L’Fbi – Paul DiMarco, 50 anni, promosso capodecina alla fine dei Novanta e che oggi gestirebbe da Manhattan gli affari della famiglia.

Foto | Mafia News Today

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