‘Ndrangheta, estorsioni: 34 arresti cosche Serraino, Rosmini, Libri a Reggio Calabria

È in corso a Reggio Calabria un’operazione della Squadra mobile per l’esecuzione di 34 ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettante persone accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip su richiesta della Dda. Le persone coinvolte farebbero parte delle cosche Serraino, Rosmini e Libri. Secondo

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È in corso a Reggio Calabria un’operazione della Squadra mobile per l’esecuzione di 34 ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettante persone accusate di associazione per delinquere di tipo mafioso. I provvedimenti restrittivi sono stati emessi dal gip su richiesta della Dda. Le persone coinvolte farebbero parte delle cosche Serraino, Rosmini e Libri.

Secondo gli investigatori avrebbero organizzato un vasto giro di estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti. Identificati anche i responsabili dei danneggiamenti messi in atto nei confronti di chi si ribellava al pagamento del pizzo.

Alcuni presunti esponenti dei Serraino erano già finiti in manette a fine settembre nell’ambito dell’operazione Epilogo con l’accusa di essere responsabili di alcuni degli ultimi attentati intimidatori contro i magistrati della Procura di Reggio Calabria.

Dell’organizzazione di alcuni di quegli attacchi si era autoaccusato anche il neo pentito Antonino Lo Giudice, boss dell’omonimo clan egemone a Santa Caterina. Tornando agli arresti di oggi: «Le indagini hanno consentito di far luce su numerosi episodi estorsivi ai danni di imprese operanti in particolare nel settore edile e di danneggiamenti tramite incendio o esplosione di colpi di arma da fuoco, consumati ai danni di attività commerciali, e di individuare il responsabile dell’omicidio di Giuseppe Lauteta, avvenuto nel gennaio 2006 in Reggio Calabria», si legge in un comunicato della polizia.

Nelle ultime settimane si è molto parlato del pentimento di Nino Lo Giudice, di quella “cosca autonoma”, dei necessari riscontri investigativi alle dichiarazioni del boss, del ruolo del clan nel panorama criminale reggino a partire dai tempi della seconda guerra di mafia. Da La Gazzetta del Sud:

(…) è storia giudiziaria acquisita che la famiglia Lo Giudice avesse preteso di recitare un ruolo di indipendenza fin dallo scoppio della seconda guerra di mafia, nell’ottobre del 1985, determinato dall’eliminazione del boss Paolo De Stefano in via Mercatello, nel quartiere Archi, quale risposta all’autobomba di Villa San Giovanni contro Nino Imerti. I collaboratori di giustizia riferiscono che allora il capostipite e capo indiscusso, Pietro Lo Giudice, non si schierò con alcuna delle due fazioni (De Stefano-Tegano-Libri-Fontana da una pare, Condello-Imerti-Serraino-Rosmini dall’altra) mantenendo un ruolo di imparzialità. Cercando, somma, di difendere l’autonomia territoriale di Santa Caterina. Lo scopo era estremamente arduo visto che si trattava della striscia di terra compresa tra Archi e il centro cittadino dove era in atto il feroce scontro armato che alla fine avrebbe provocato oltre 600 morti.

Nel processo Olimpia e nel processo nato dall’inchiesta sulle attività dell’associazione Rosmini-Lo Giudice è emerso che la famiglia condotta da Pietro Lo Giudice fosse stata al centro di una “tragedia”, un trabocchetto diabolico che, se non scoperto in tempo (per come poi avvenuto) avrebbe rischiato di creare degli effetti devastanti. Infatti, secondo quanto riferito dai vari collaboratori di giustizia, vi sarebbe stata una precisa strategia posta in essere dal boss di Cannavò, Domenico Libri e da altri, finalizzata a fare in modo che la famiglia Lo Giudice si contrapponesse alla famiglia Rosmini e si schierasse con il cartello De Stefano-Tegano-Libri-Fontana. Così, a guerra iniziata, alcuni componenti della famiglia Libri avevano iniziato a colpire persone vicine ai Lo Giudice facendo credere che i responsabili degli agguati fossero i componenti della famiglia Rosmini; e, al tempo stesso, a colpire persone vicine alla famiglia Rosmini facendo credere che i responsabili fossero i componenti della famiglia Lo Giudice.

(…) Il tutto era stato, però, scoperto casualmente (a seguito dell’avvistamento di un incontro preparatorio con la partecipazione di Mico Libri), come riferito da Iannò, e dunque si erano conosciuti i responsabili. Da questa conoscenza era derivato che anche la famiglia Rosmini, così come la famiglia Lo Giudice, aveva deciso di schierarsi con il cartello “condelliano” conducendo così la guerra di mafia contro il cartello destefaniano. Tuttavia, i Rosmini avevano assunto l’impegno in maniera aperta, rappresentando uno deu gruppi di fuoco del cartello “condelliano”, tanto da rendersi responsabili di decine di omicidi, la famiglia Lo Giudice avevano assunto un ruolo defilato, quasi nascosto, seppure fosse stata indicata come fiduciaria della famiglia Condello.

Scriveva ieri Roberto Galullo su Guardie o Ladri a proposito della “raffica” di pentimenti in Calabria:

Cari amici quel che ho scritto – sul Sole-24 Ore e su questo blog (si veda in qrchivio) – a proposito degli strani pentimenti a raffica in Calabria non è piaciuto a più di un manovratore di Stato. E voi sapete che non bisogna disturbare il manovratore e le sue manovelle, sia esso magistrato, politico, finanziere, imprenditore, giornalista o papavero di questa scassata Repubblica. (…) Scrivere poi che la raffica di pentiti in Calabria che si sarebbero attribuiti la responsabilità delle bombe e delle intimidazioni è quantomeno sospetta, incrina la mediaticità delle verità assolute raccontate in questi giorni dagli “illuminati”.

E avere sempre più dubbi – magari anche dopo la lettera strappalacrime scritta da uno dei fratelli Lo Giudice all’onorevole Angela Napoli e di cui ha dato conto tre giorni fa Il Quotidiano della Calabria o dopo che, a quanto riportava ieri lo stesso giornale, è indagato il capitano dei Carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, per anni alla Dia di Reggio, per poi passare ai Noe e infine, da pochissimi giorni, a Livorno, considerato “amico” di Nino Lo Giudice accusatosi anche dello tsunami a Sumatra – è ancora più inammissibile.

(…) Bene, visto che ragiono (bene o male non lo so) con la capa mia, insisto nella mia posizione del resto difficilmente smentibile e forse per questo ostile ai manovratori di Stato: la Calabria è mai come ora una miscela esplosiva di sporchi giochi all’interno dei quali può rientrare (e ripeto: può, non deve) anche una raffinata strategia di pentimenti a raffica che, alla fine, siano in grado di provocare quel “disordine probatorio”, come l’ho definito, nel quale buono e cattivo, bene e male si mischiano volutamente. Per sempre. Un labirinto da qui nessuno può uscire.

Vedete (e mi ripeto) il problema non è se Nino Lo Giudice, detto il “nano”, sia credibile o incredibile. Se l’armiere di una famiglia che non è mai stata di ‘ndrangheta ma semmai ad essa eventualmente vicina o utilizzabile alla bisogna, abbia piazzato o meno un ordigno. Per carità di Dio: questi sono cose che vanno scoperte e i reati vanno perseguiti così come i loro autori. Ciò che conta, però, è che oltre il dito (i Lo Giudice, Cortese, Villani e chi più ne ha più ne metta) si vada a guardare la luna dove non vivono i marziani (che casomai non venendo da Marte si potrebbero definire “lunatici”) ma quella poltiglia fraudolenta e schifosa fatta di politica, imprenditoria e magistratura collusa, servizi segreti deviati e borghesia mafiosa, che annienta la Calabria all’ombra delle logge massoniche deviate.

Via | Il Quotidiano della Calabria

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