Italrugby: un tour estivo che non si può snobbare

A giugno gli azzurri affronteranno Scozia, Fiji e Australia. Al termine di una stagione difficile per il rugby italiano.

Rischia di essere una trappola il tour estivo dell’Italia in Estremo Oriente. Rischia di esserlo perché i tour di giugno sono storicamente difficili per gli azzurri, rischia di esserlo perché le avversarie sono comunque tutte di livello, rischia di esserlo perché arriva al termine di una stagione più che negativa per il rugby italiano d’alto livello e rischia di esserlo per Conor O’Shea, in bilico tra esperimenti futuri e concretezza presente.

L’Italia affronterà Scozia, Fiji e Australia in un tour che porterà gli azzurri a Singapore, Suva e Brisbane. Un trittico cui il ct azzurro arriva con uno score di tre vittorie e otto sconfitte da quando, proprio un anno fa, prese la panchina azzurra. Un anno fatto di alti (l’esordio positivo, seppur perdente, contro una forte Argentina e la vittoria storica contro il Sud Africa) e bassi (il ko contro Tonga e un Sei Nazioni da dimenticare), ma soprattutto un anno che ha lasciato più dubbi che certezze sull’ossatura attuale e futura dell’Italia.

Come ha sottolineato Parisse a fine Sei Nazioni, ora è il momento per il ct irlandese di capire chi è all’altezza della maglia azzurra, chi merita ancora una chance e chi, invece, ne merita finalmente una, magari facendolo giocare con costanza come fatto con alcuni giocatori rimasti in campo nonostante prestazioni non perfette. Il problema è che la coperta non è lunga, anzi, e che la brutta stagione di Benetton e Zebre non ha aiutato ad ampliare la rosa di scelte per il ct azzurro.

Tra giocatori esperti da centellinare (vedi lo stesso Parisse), infortunati, giocatori che hanno deluso in questi 12 mesi, giocatori ancora da testare con costanza e nuovi arrivi, insomma, il tour estivo è una grande incognita per l’Italrugby. Che, però, ha ormai esaurito i bonus e non può più permettersi di continuare a perdere. E, va sottolineato, questo non è un ultimatum a O’Shea, cui deve venir dato il tempo di sbagliare e capire (certi cecchini subito pronti a impallinarlo fanno sorridere, pensando al loro silenzio complice durante le gestioni precedenti. Cui prodest?), ma è un ultimatum al rugby italiano.

L’Olimpico con molti settori vuoti, il disinteresse sempre più crescente verso l’avventura celtica, il totale blackout mediatico per l’Eccellenza, ma anche – come ha sottolineato ieri Il Grillotalpa – il silenzio sul rugby azzurro pochi giorni dopo la fine del Sei Nazioni mostra come il rugby italiano sia in bilico. Se sui social fanno più notizia le fake news pubblicate il 1° aprile rispetto alle vicende dell’Italrugby o delle Zebre nelle ultime settimane, si capisce come la rottura tra gli appassionati e la punta dell’iceberg sia netta.

A Singapore, Suva e Brisbane l’Italia non può permettersi un flop. Non può farlo O’Shea e il suo staff, non possono farlo i giocatori, ma soprattutto non può permetterselo il movimento, a partire dalla sua vetta. Perché ci si può raccontare tutte le favole che si vuole, ma la realtà è che il rugby italiano sta vivendo il suo momento più difficile e più basso da quando è entrato nel 6 Nazioni. E se la politica e i dirigenti non riescono o non vogliono cambiare questo trend, a farlo – almeno per salvare le apparenze – dev’essere il campo. Insomma, zitti e pedalare. Tutti.

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