Lea Garofalo uccisa e sciolta nell’acido. Sei arresti per l’omicidio della collaboratrice di giustizia

Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano l’anno scorso, sarebbe stata uccisa e sciolta nell’acido a San Fruttuoso vicino Monza. È quello che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Gennari notificata dai carabinieri a sei persone tra cui Carlo Cosco, l’ex convivente della donna, già detenuto. A Lea Garofalo,

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Lea Garofalo, la collaboratrice di giustizia scomparsa a Milano l’anno scorso, sarebbe stata uccisa e sciolta nell’acido a San Fruttuoso vicino Monza. È quello che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip Gennari notificata dai carabinieri a sei persone tra cui Carlo Cosco, l’ex convivente della donna, già detenuto.

A Lea Garofalo, 35 anni, nel febbraio del 2006 era stato revocato il programma di protezione. La donna sarebbe uccisa tra il 24 e il 25 novembre scorsi. Secondo gli inquirenti della Procura antimafia milanese Cosco avrebbe voluto punirla per le sue rivelazioni sulla ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Crotone). 

La donna sarebbe stata rapita a Milano in occasione di una sua visita alla figlia, che aveva avuto da Cosco, quindi interrogata e sciolta nell’acido in un terreno della periferia milanese.

Gli arresti sono stati effettuati nella notte tra la Lombardia, la Calabria e il Molise e sono tuttora in corso diverse perquisizioni. La procura distrettuale di Campobasso, per quanto di sua competenza, ha lavorato in questi ultimi mesi su un precedente tentativo di sequestro di persona compiuto il 5 maggio del 2009 sulla stessa Garofalo, contestando oggi questo reato, oltre a quello di lesioni personali, a Vito Cosco e a Giuseppe Cosco entrambi originari di Petilia Policastro ma residenti a Milano.

Secondo l’accusa i due in concorso con Massimo Sabatino, accusato di essere l’esecutore materiale, e con Carlo Cosco avrebbero aggredito in casa la Garofalo. Sabatino, che si sarebbe finto elettrotecnico per entrare nell’abitazione, avrebbe tentato di immobilizzare la donna fino a provocarne lo svenimento attraverso manovre di soffocamento. Sempre secondo la ricostruzione degli investigatori l’uomo non ci riuscì solo per la reazione della vittima che, aiutata dalla figlia, costrinse Sabatino a fuggire.

Per gli investigatori il gruppo voleva che la Garofalo riferisse i contenuti segreti della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria a proposito di alcuni fatti di sangue che avrebbero visto la partecipazione dei Cosco nel Crotonese ed in altre zone fra cui Milano e provincia.

In particolare la donna avrebbe riferito di alcuni omicidi come si legge in questo articolo d’archivio di Repubblica:

Lea Garofalo sarebbe stata a conoscenza degli affari delle cosche di Petilia Policastro ed aveva parlato anche dell’omicidio del fratello, Floriano, ucciso in un agguato nel 2005 a Pagliarelle, una frazione di Petilia. La donna, inoltre, aveva rivelato particolari su un altro omicidio, quello di Antonio Comberiati, avvenuto a Milano nel 1995, e su un traffico di droga in cui era rimasto coinvolto anche il fratello.

La donna è stata sentita più volte dai carabinieri e dai magistrati della Dda di Catanzaro, ma a causa di alcune contraddizioni e di una certa genericità delle sue dichiarazioni, secondo quanto riferiscono adesso ambienti investigativi, non era stata ammessa al programma di protezione. Rimanendo così esposta ad una potenziale situazione di pericolo che adesso si sarebbe concretizzata nel modo più clamoroso.

Dopo avere fatto le sue dichiarazioni, la donna aveva deciso di trasferirsi a Campobasso insieme alla figlia, dove aveva tentato di rompere col suo passato. Non c’era riuscita, però, perché Cosco avrebbe ordinato il suo omicidio, affidandone l’esecuzione a Sabatino, entrato nell’abitazione spacciandosi per idraulico. Dopo il tentativo di omicidio, la donna avrebbe tentato di riprendere una vita normale, con l’aiuto della figlia, ma la vendetta delle cosche era sempre in agguato e si è materializzata nel novembre scorso.

Lea Garofalo collaborava con la Procura di Catanzaro dal 2002. La donna avrebbe aiutato a fare luce sulla rete di interessi e omicidi della cosche calabresi Garofalo e Mirabelli.

Secondo l’indagine Cosco ha organizzato l’agguato teso all’ex compagna mentre questa si trovava a Milano con la figlia. Con il pretesto di mantenere i rapporti con la ragazza Cosco avrebbe attirato la donna nel capoluogo lombardo. Era il 20 novembre.

In base a quanto accertato dagli investigatori il 24 novembre successivo, Carlo Cosco, 30 anni, sarebbe riuscito con una scusa ad allontanare la Garofalo dalla figlia, assieme ad altri complici. Poi mentre la donna aspettava il ritorno della ragazza, in zona Arco della Pace a Milano, sarebbe stata rapita: costretta a salire sull’auto di Cosco, interrogata in un magazzino e poi uccisa.

La distruzione del cadavere avrebbe avuto lo scopo di “simulare la scomparsa volontaria” della collaboratrice. Inquirenti e investigatori hanno identificato gli autori materiali del delitto in Vito e Giuseppe Cosco, ai quali Lea Garofalo sarebbe stata consegnata dagli altri due complici destinatari dell’ordinanza e indicati come i rapitori. L’accusa di omicidio è stata ipotizzata con le aggravanti della premeditazione.

Destinatari dei provvedimenti cautelari notificati questa notte sono Carlo Cosco, Massimo Sabatino, i fratelli di Carlo Cosco, Giuseppe detto Smith e Vito detto Sergio, e altre due persone, una delle quali accusata solo di distruzione di cadavere.

Via | Il Quotidiano della Calabria

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