Strage Rapido 904: chiesto rinvio a giudizio per Totò Riina

A quasi 30 anni di distanza, la Procura di Firenze ha chiesto che Totò Riina venga rinviato a giudizio per il suo ruolo di mandante nella strage del Rapido 904 in cui persero la vita 16 persone.

La Procura di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per Salvatore “Totò” Riina, già rinviato a giudizio nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia, per il procedimento su quella che viene ricordata come la strage del Rapido 904, l’attentato che il 23 dicembre 1984 costò la vita a 16 persone, viaggiatori a bordo del treno rapido n. 904 proveniente da Napoli e diretto a Milano.

A quasi 30 anni di distanza il capo dei capi rischia di essere condannato in qualità di mandante di quella strage. Secondo la Procura di Firenze, a cui l’inchiesta è stata trasferita dopo esser stata aperta a Napoli, fu proprio Riina a programmare e decidere di far esplodere il convoglio, utilizzando lo stesso esplosivo impiegato nelle stragi dei primi anni ’90.

Quella strage, è emerso dalle indagini, rientrava nella strategia stragista attuata dai Corleonesi in risposta ai primi arresti eseguiti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, poi fatti uccidere nel 1992 nelle due ben note stragi per le quali proprio lo stesso Riina è già stato condannato all’ergastolo. Ecco cosa scriveva La Repubblica di Napoli un paio di anni fa:

Dall’inchiesta napoletana è emerso, tra l’atro, che per la strage del rapido 904 sarebbe stato utilizzato lo stesso tipo di esplosivo adoperato per la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Non solo: al pari di quella in via D’Amelio, fu utilizzata la stessa combinazione di esplosivi, costituita dal Setex H e da candelotti di dinamite pulverulenta nitroglicerinata, di impiego civile, denominata Brixia B5. Il Brixia 5, a sua volta, è lo stesso tipo di esplosivo che componeva l’ordigno piazzato nella zona antistante la villa dell’Addaura dove avvenne l’attentato al giudice Giovanni Falcone, nel giugno del 1989.

L’esplosivo, sostiene la Procura di Firenze, fu portato sul treno da alcuni soggetti affiliati ad un gruppo camorristico napoletano: uno di loro salì sul convoglio ferroviario a Napoli e scese qualche fermata prima del punto in cui è stato fatto esplodere il treno, 8 chilometri all’interno del tunnel della Grande Galleria dell’Appennino.

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