Affari italiani: Malagò mette una pietra tombale sul Flaminio

Ieri alla conferenza stampa che ha annunciato l’addio alla candidatura olimpica ha ribadito che, con il no ai Giochi, i progetti sul Flaminio sono cancellati.

E’ tornato a parlare del Flaminio Giovanni Malagò, numero 1 del Coni. Occasione la conferenza stampa di ieri per illustrare le novità riguardanti il progetto di candidatura della Capitale per l’assegnazione della XXXIII edizione dei Giochi Olimpici Estivi. Una candidatura che, come sappiamo, è saltata dopo il “no” della Giunta capitolina e Malagò ha usato parole durissime nei confronti di Virginia Raggi e della scelta di Roma di rinunciare alla candidatura.

Tra i vari punti elencati dal numero 1 dello sport italiano quello che interessa il rugby è stato quello sui finanziamenti previsti – e saltati, anche se c’è chi s’illude che i soldi arriveranno comunque a Roma – per le strutture e le infrastrutture. “E’ da irresponsabili dire no e rinunciare ai soldi del CIO (1,7 miliardi) e del Governo (circa 4 miliardi), con cui si realizzerebbero tutte le opere di cui la città ha bisogno (metropolitana, anello ferroviario, collegamento Termini-Fiumicino, recupero Stadio Flaminio, rigenerazione palestre e impianti sportivi comunali)” ha detto Malagò.

Appunto, tra le opere da realizzare con i soldi del Cio e del Governo ci sarebbe stato anche il recupero dell’ormai fatiscente Stadio Flaminio, ex casa dell’Italrugby e che molti speravano potesse tornare a ospitare la nazionale e, perché no, una possibile franchigia celtica capitolina. Il Flaminio è comunale e, dunque, per recuperarlo servirà ora un intervento del Comune e la spesa ipotizzata non è inferiore a 25 milioni di euro. Che Malagò ha detto chiaro e tondo che non arriveranno dal Coni. “D’ora in avanti concentreremo sforzi e interessi esclusivamente sui nostri asset che a Roma sono il Centro di Preparazione Olimpica Giulio Onesti e il Parco del Foro Italico” ha dichiarato il presidente del Coni.

Insomma, una nuova doccia fredda per chi a Roma sognava di veder rinascere uno stadio che potesse ritornare a essere utilizzato per il rugby in una città che, al di là dell’Olimpico, non ha una struttura di livello internazionale per la palla ovale. Ma le parole di Malagò suonano tanto come una pietra tombale su uno stadio la cui decadenza appare segnata.