Il Giappone e quella bugia tutta italiana

Gli ultimi 12 mesi hanno messo i nipponici al centro dell’interesse ovale, smentendo uno dei mantra della Fir.

Scegliere gli investimenti migliori, perché non si può dare a pioggia soldi a tutti. Focalizzarsi su un obiettivo, piuttosto che disperdere forze su troppi. Spesso, quasi sempre, quando si critica i pochi investimenti (economici, di programmazione, tecnici) sul rugby 7s italiano la risposta che arriva dagli ambienti federali è sempre la stessa.

E, cioè, che non si può investire cifre troppo importanti sul rugby a sette, quando si sta lavorando per crescere in quello a XV. E gli esempi che vengono portati a supporto sono quelli di nazioni come il Portogallo, la Spagna, la Germania e altre che, negli ultimi anni, hanno puntato forte sul rugby 7s (andando a Rio, o sfiorando la qualificazione olimpica), lasciando ai margini il rugby XV.

Un mantra che, ripetuto all’infinito, sembra diventare verità. Eppure, dall’Estremo Oriente, arriva un esempio che smentisce questa visione e che dimostra – invece – che se gli investimenti vengono fatti in maniera intelligente si può crescere sia nel rugby a XV sia in quello a sette. Parliamo del Giappone.

Un anno fa iniziava la Rugby World Cup 2015 e il Giappone si presentava come outsider senza grosse speranze. I nipponici erano inseriti in un girone di ferro, con Sud Africa, Scozia, Samoa e USA e pochi si sarebbero aspettati risultati sorprendenti da una squadra in crescita, con un ottimo allenatore, ma ancora lontana dai migliori. Sappiamo tutti come è andata. Il Giappone ha compiuto la più grande impresa a sorpresa dei Mondiali, battendo gli Springboks, poi ha battuto anche Samoa e USA e ha perso solo con la Scozia, fallendo di un nulla una qualificazione ai quarti che sarebbe stata più che meritata.

Il Giappone nel giro di pochissimi anni è salito dalla quindicesima posizione del ranking fino a entrare nella top 10 mondiale, ha ottenuto una squadra nel Super Rugby, hanno gli stadi sempre pieni e il campionato nazionale suscita un grandissimo interesse. E nel 2019 ospiteranno i Mondiali. Investimenti, tanti, ma soprattutto mirati e ben ragionati sono la miscela che ha portato a tutto ciò. Ma cosa c’entra questo con la bugia italiana?

Torniamo indietro di due anni e mezzo. 30 marzo 2014, Hong Kong, Sevens World Series. Torneo di qualificazione, quello dedicato alle nazionali di seconda fascia che ambiscono all’élite del rugby mondiale a sette. In finale arrivano l’Italia e il Giappone, che si giocano la qualificazione per l’anno successivo alle vere Sevens World Series. Insomma, Italia e Giappone sono su un livello simile. Vince il Giappone, meritatamente.

Due anni e mezzo dopo quello resta l’ultimo acuto d’alto livello del rugby 7s azzurro. Da allora vi è stato un biennio di buio assoluto e solo questa estate gli azzurri di Andy Vilk hanno iniziato a far vedere qualcosa di buono, che lascia sperare. E il Giappone? Ha lavorato, ha investito, soldi e uomini, è stato nuovamente retrocesso dalle World Series e, a marzo di quest’anno, le ha riconquistate. Ed è andato a Rio 2016 e, come in Inghilterra un anno fa, ha sorpreso.

Ha battuto gli All Blacks 7s e il Kenya nella fase a gironi, ha superato la Francia nei quarti di finale e ha chiuso la sua corsa in semifinale, solo contro gli imbattibili campioni olimpici delle Fiji. Ha finito con un quarto posto incredibile e inaspettato. Diventando protagonista anche alle Olimpiadi, come ai Mondiali. Investendo. Bene. Perché i bilanci non sono solo in attivo o in rosso, ma si fanno anche in campo. E il Giappone dimostra che la storiella che si può investire solo sul 7s o sul XV è una storiella.

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