Affari italiani: Gavazzi, l’ira funesta di un vincitore

Le dichiarazioni post-voto del presidente federale fanno discutere. Ma nascondono un nervosismo giustificato.

Perché attaccare così gli avversari appena sconfitti e, addirittura, parlare di un mondo ovale in cui non ci si riconosce più? Lo sfogo di ieri pomeriggio di Alfredo Gavazzi fa discutere e ha lasciato molti osservatori perplessi. La rabbia, malcelata, dopo una vittoria appare ai più incomprensibile, ma in verità ha motivazioni ben precise.

La prima, evidente anche nelle parole di Gavazzi, riguarda il risultato elettorale. Il presidente uscente ha vinto, sì, ma non ha stravinto. Poco meno del 55% di voti quando si puntava a ben altre cifre è stato uno shock. Dopo il voto il numero 1 della Fir ha parlato di “almeno il 60% dei voti”, ma negli scorsi mesi sia lui sia le persone più vicine a lui mi davano quasi per certe cifre che si aggiravano attorno al 70%. Insomma, il movimento rugbistico italiano per Alfredo Gavazzi era con lui, lo avrebbe votato e avrebbe promosso i suoi primi 4 anni di governo. Invece, ieri, il patron del rugby italiano ha scoperto un movimento diviso quasi a metà e questo è il primo motivo di rabbia.

Poi ci sono i risultati delle elezioni del consiglio federale. Dopo la morte prematura di Roberto Besio quasi tre anni fa, infatti, il governo del rugby italiano era un “monocolore” gavazziano, mentre a questo giro sono ben 2 i consigliere d’opposizione entrati nel governo. Roberto Zanovello ed Erika Morri, dunque, saranno presumibilmente una spina nel fianco di Gavazzi, saranno non solo una voce critica all’interno del consiglio federale, ma potranno diventare la grancassa mediatica delle possibile spaccature in seno alla Fir. E se Gavazzi si è detto diplomaticamente felice di avere un consiglio più democratico, sicuramente dentro di sé ne era ben meno felice.

Una vittoria più risicata del previsto e un consiglio non unanime, dunque, quello che si ritrova Alfredo Gavazzi dopo il voto di ieri. Una situazione non facile in un momento oggettivamente non facile per il rugby italiano. Con una situazione economica che preoccupa a livello federale, la spina nel fianco delle Zebre, la questione sede a Roma, la candidatura per i Mondiali 2023, un campionato nazionale ridotto ai minimi termine, diritti tv che non si riescono a piazzare (anche se in un’intervista alla Gazzetta il presidente federale si è detto certo di vendere a breve i diritti della Pro 12 con un contratto pluriennale, ndr.), lo scontro ideologico sulle Accademie e i Centri di formazione, e senza dimenticare i pessimi risultati internazionali delle nostre nazionali e delle franchigie celtiche, infatti, iniziare il nuovo quadriennio senza un ‘appoggio popolare’ ampio non sarà facile.

Lo ha detto lui stesso ieri, “chiunque assuma questa carica ha bisogno come minimo di un anno e mezzo per capire il funzionamento della macchina e avviarne il lavoro”. E se quattro anni fa ad Alfredo Gavazzi si poteva e doveva dare un periodo di ‘fair play giornalistico’ vista la nuova posizione, oggi questo attendismo non può esistere. Fin da subito la Fir dovrà cambiare marcia, sistemare i tanti problemi irrisolti, ma dovrà farlo, come ha ammesso su un giornale locale bresciano lo stesso Gavazzi, “per il bilancio 2017 dovrò ridimensionare, in modo tale da fare il prima possibile la ricomposizione del capitale”. Perché i due milioni di rosso pesano, perché i margini sono strettissimi e i problemi ancora tanti. E Gavazzi, nonostante la vittoria, è nervoso. Molto.