Sport e doping: Wada, gli hacker russi fanno il nome anche dell’inglese Fisher

Cresce la polemica riguardo ai dati rubati alla Wada e che coinvolgono atleti olimpionici (da Simone Wiles a Chris Froome) esentati dall’antidoping. E c’è anche la britannica Heather Fisher.

E’ un caso molto spinoso quello che riguarda le esenzioni dai controlli antidoping per cause mediche. Un tema ambiguo, al centro di dubbi e perplessità da anni, ma esploso negli ultimi giorno dopo che gli hacker russi di “Fancy bears” hanno pubblicato decine di file segreti della Wada e che coinvolgono grandi nomi dello sport, americano e non solo.

Dopo gli altisonanti nomi della ginnasta Simone Biles e delle tenniste Serena e Venus Williams, infatti, oggi sono usciti i nomi di altri atleti di primissimo piano (alcuni ‘chiacchierati’ da anni, ndr.). Tra loro spiccano i ciclisti britannici Bradley Wiggins e Chris Froome, la lanciatrice del peso Michelle Carter e la giocatrice britannica di rugby 7s Heather Fisher.

Ricordiamo che, per le regole Wada, non si tratta di casi di doping, ma di atleti che risultano (o potenzialmente potrebbero risultare) positivi ai controlli antidoping in quanto assumono medicinali vietati. Ma che possono farlo grazie alle esenzioni a fini terapeutici fornite dalle Federazioni sportive internazionali (Isf) e dalle Organizzazioni nazionali antidoping (Nado).

Sicuramente molti atleti utilizzano questi farmaci effettivamente per curare malattie – temporanee o congenite -, ma i dubbi su molte prescrizioni restano. Si pensi, per esempio, al caso storico di Lance Armstrong, le cure per il cancro (vero) e la squalifica a posteriori per doping. Ma anche nel caso di Simone Biles, per esempio, la richiesta di esenzione è stata firmata dal professor Michele Laglise, il quale – però – era stato squalificato per un anno dalla Federazione internazionale di cui era vice presidente.

Insomma, da un lato c’è un gruppo di hacker che butta letteralmente in pasto all’opinione pubblica il nome di molti campioni accostandoli al doping seppur non vi sia – a oggi – alcun illecito provato. Dall’altro, però, c’è un vulnus profondo nella lotta al doping, con le esenzioni per fini terapeutici che camminano su un filo sottilissimo tra motivazioni mediche e truffa. Un vulnus che va sanato in fretta, perché la credibilità dello sport è già ai minimi storici e i dubbi su certi atleti non aiutano a migliorarla.