Marco Bortolami ai saluti: “Cosa serve al rugby italiano? La competenza”

Sabato, con la maglia delle Zebre, l’ex capitano azzurro giocherà la sua ultima partita. Ma già guarda al futuro del rugby italiano.

Marco Bortolami saluterà il campo da gioco sabato, quando disputerà la sua ultima partita di rugby prima di passare ‘dall’altra parte’ ed entrare nello staff tecnico della Benetton Treviso. Ma la sua ultima sarà con le Zebre, in casa contro i Newport Dragons, alla ricerca della vittoria che potrebbe valere il controsorpasso proprio ai veneti.

36 anni il mese prossimo, 112 caps con l’Italia dal 2001 al 2015, 35 punti e con la fascia da capitano per 37 volte (compreso il 2007, l’anno dei due trionfi al Sei Nazioni ma anche dell’ammutinamento mondiale, ndr.), Marco Bortolami è uno dei veterani del rugby italiano e uno dei simboli dell’ovale azzurro del nuovo millennio. Nato a Padova, ha esordito proprio con il Petrarca prima di andare in Francia, a Narbonne, e in Inghilterra, sponda Gloucester. Tornato in Italia con gli Aironi è poi passato alle Zebre con cui chiuderà la ricca carriera sabato.

Leader in campo, seconda linea di gran qualità, Bortolami si è contraddistinto durante la sua carriera soprattutto per le qualità umane, dimostrandosi uno dei giocatori più intelligenti nel panorama italiano e non solo. E prima di appendere gli scarpini al chiodo, dopo alcune stagioni difficili, sulle pagine della Gazzetta di Parma Marco ha parlato dell’ultima sfida contro Newport, ma soprattutto dei problemi del rugby italiano.

“La competitività delle squadre italiane non è questione di tempo, è una questione di qualità del lavoro. E se, dopo anni, le italiane sono ancora agli ultimi due posti della classifica, dobbiamo farci delle domande – le parole di Marco, che poi evidenzia dove farsi queste domande per trovare le risposte –. (Domande) sulla formazione dei giocatori e su come si opera dal punto di vista tecnico, fisico e dirigenziale. I risultati di questi anni ci dicono che quello che stiamo facendo non è abbastanza”.

Bortolami evidenzia come all’ingresso di Aironi e Treviso in Celtic League in fondo alla classifica ci fossero Connacht e Glasgow, cioè le due squadre che oggi sono in vetta – con gli scozzesi campioni in carica -, mentre le italiane non sono cresciute. Ma fatte le domande, per Marco la risposta è una per risollevare il rugby italiano: “Una sola: la competenza”. Quella che, in Italia, manca.

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