Bari: muore di setticemia dopo essere stata operata per l’asportazione di una cisti

Doveva essere un’operazione di routine banale: l’asportazione di una cisti dal coccige. Invece si è trasformata in un incubo che, dopo un mese e mezzo di sofferenze, ha portato alla morte Antonella Mansueto, una ragazza 22enne di Noci.Tutto inizia il 4 dicembre del 2009 quando la ragazza si sottopone ad un intervento. Viene operata dal


Doveva essere un’operazione di routine banale: l’asportazione di una cisti dal coccige. Invece si è trasformata in un incubo che, dopo un mese e mezzo di sofferenze, ha portato alla morte Antonella Mansueto, una ragazza 22enne di Noci.

Tutto inizia il 4 dicembre del 2009 quando la ragazza si sottopone ad un intervento. Viene operata dal dott. Aldo Calò che, dopo aver asportato la cisti, le prescrive le medicazioni di routine e la dimette.

La ferita però, invece di rimargnarsi, peggiora al punto che la ragazza, su consiglio di un altro medico, torna dal dott. Calò per un raschiamento. Il chirurgo però non ritiene l’operazione utile e ribadisce che va tutto bene.

La situazione precipita quando la febbre inizia a salire. E’ la mattina del 7 febbraio. Sono passati più di due mesi da quell’intervento ed Antonella ha la febbre a 42. Viene chiamata la guadia medica che visita la ragazza diagnosticando una banale influenza e le prescrive Tachipirina e Novalgina. Non si preoccupa di controllarle la ferita anche se non riscontra infezioni alla gola o al torace.

Le ore passano e i genitori, allarmati chiamano nuovamente la guardia medica. E’ l’una e mezzo di notte e il medico di turno si limita a dire

è influenza, ha solo un po’ di febbre, lei è troppo apprensiva

ma non esce per visitare la ragazza. Solo la mattina del giorno dopo, quando Antonella è pallida, fatica a respirare e non sente più le gambe, un altro medico su insistenza della madre della ragazza la va a visitare e si limita a consigliare di metterle dei cuscini dietro la schiena per farla respirare meglio.

Solo a mattina inoltrata arriva il medico curante della ragazza che, accortosi della condizione disperata della paziente, ne ordina il ricovero in ospedale. L’ambulanza del 118 la porta all’Ospedale di Putignano dove gli specialisti non riescono a capire cosa abbia la ragazza.

Il dott. Calò, interpellato, difende il proprio operato. Passano altre 6 ore prima che un rianimatore ordini il ricovero e l’intubazione di Antonella.

Il calvario della 22enne non ha fine. Viene trasferita all’Ospedale di Acquaviva, dove resta 46 giorni sedata. Un’equipe di Bologna si mobilita e le amputano entrambe le gambe e tutte le dita delle mani (con la sola eccezione dei pollici) nel disperato tentativo di salvarla ma ormai la setticemia è in stato troppo avanzato.

La ragazza muore il 26 marzo senza aver mai ripreso conoscenza. I genitori, affranti, chiedono giustizia. Le cartelle cliniche vengono acquisite dai carabinieri e viene aperto un fascicolo di inchiesta presso la Procura a Bari affidato al sostituto procuratore Angela Morea.

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