Affari italiani: le Zebre e quell’acquirente scontento

Negli ultimi mesi l’editore Michele Dalai ha guidato una cordata pronta a rilevare importanti quote delle Zebre. E quando tutto è fallito ecco il suo sfogo su Facebook.

Da ottobre c’è stato chi ha lavorato per entrare nelle Zebre (ve ne avevamo accennato più volte), con un programma di rientro dei debiti e una programmazione a medio-lungo termine. Una cordata nata dalla passione ovale di Michele Dalai, editore, che – lui o altri della cordata fatta da appassionati – ha più volte incontrato la dirigenza Zebre e anche quella Fir. Un lavoro lungo, ma che si è scontrato contro la volontà delle Zebre e della Federazione di percorrere altre strade e che ha portato all’impossibilità di concretizzare un’offerta.

E, così, dopo mesi nell’ombra Dalai ha deciso di raccontare quel che è successo sulle pagine di Facebook con un lungo e disilluso sfogo. Uno sfogo dopo che la trattativa è fallita e dove Dalai si mostra pessimista sul futuro della franchigia di Parma. Eccolo.

“Ho assistito da vicino alla vicenda delle Zebre ed è stato molto istruttivo. Ho cercato di dare una mano, di portare energie nuove a una squadra nata vecchia e senza fiato, nata per mascherare le falle di una Federazione gestita in modo disinvolto, che pare nata con il fine ultimo di creare e gestire consenso in vista delle prossime elezioni federali.
Il rugby di cui amiamo e ostentiamo l’etica sul campo da gioco e la qualità dei comportamenti di atleti e tifosi, a livello dirigenziale e di struttura è uno sport molto uguale agli altri, forse peggiore (sempre che sia possibile).
Uno sport ricco che in Italia sembra completamente avvitato su se stesso, denaro sprecato o generosamente offerto agli amici di sempre, un’incapacità cronica di individuare i problemi e correggerli, la totale chiusura a chi viene da fuori e non ha giocato ai massimi livelli, come se esistessero delle credenziali di accesso che però non includono la capacità di gestione e la decenza dei comportamenti.
Ho assistito da vicino alla vicenda delle Zebre e la ritengo perfettamente esemplificativa della situazione drammatica del rugby italiano, soffocato dalle smanie di protagonismo di un Presidente che tratta la FIR come fosse cosa propria, che forse ignora le più elementari regole di gestione di un flusso di denaro che piove su una squadra ancora gestita dalla Federazione stessa nonostante la facciata goffa di un azionariato più polverizzato che non diffuso, utile alla causa del Presidente e drammaticamente inutile per il futuro Zebre.
Ho assistito da vicino al tentativo di due persone perbene (Romanini e Amoretti), di trasformare il caos in qualcosa di meglio, di dare alla società delle regole, di renderla se non proprio redditiva almeno sostenibile, di pensarla come un’azienda dello sport, ma il tentativo è miseramente fallito, nonostante ci fossimo impegnati tutti per sostenere il loro sforzo, nonostante loro stessi abbiano dato ben oltre quanto fosse ragionevole sperare che dessero, a livello emotivo e professionale.
Ho evitato di parlarne pubblicamente perché ritenevo la vicenda triste e soprattutto perché ero in attesa di una svolta, una qualunque, purché contenesse gli elementi di discontinuità che sono necessari per salvare le Zebre e non far perdere la faccia una volta ancora al rugby italiano.
Due giorni dopo la disfatta di Dublino però, di fronte a un Presidente federale che la rivendica come un risultato notevole, non riesco a contenere il fastidio e non riesco a non considerare la vicenda delle Zebre e il suo probabilissimo triste epilogo (come se Crociati e Aironi non fossero stati sufficienti), l’emblema di uno sport, di un movimento (come piace dire a tutti, ormai ironicamente), che non può e non deve essere gestito così.
Perché così si va verso l’estinzione, lentamente, inesorabilmente, goffamente”.

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