Affari italiani: Pro 12, tra terza franchigia e rivoluzione permit

Ieri a Milano Alfredo Gavazzi è tornato a parlare di terza franchigia. Ma la rivoluzione dev’essere un’altra.

Una terza franchigia celtica a Roma. E’ il mantra che dal 2012 accompagna tutte le uscite pubbliche del presidente Fir Alfredo Gavazzi. Il sogno di allargarsi in Europa, la volontà di dare più spazio ai giovani talenti che “pascolano in Eccellenza”, far crescere prima i giovani che crescono dall’Accademia i motivi del progetto tanto caro al numero 1 federale.

Un progetto che, però, ha almeno un paio di ostacoli. In primis, a Roma non c’è una struttura adatta a ospitare una squadra di rugby che partecipi alla Guinness Pro 12. Poi c’è un problema di budget. Altri 4 milioni da investire (?) nella Celtic League sono un salasso economico per la Federazione, mentre ancora oggi i conti di Treviso e Zebre faticano a essere in regola. E, infine, c’è una questione sportiva. Già Benetton e Zebre lottano tra loro per evitare l’ultimo posto, inserire una terza franchigia “in stile Connacht” significherebbe intasare la parte bassa della classifica. Non siamo l’Irlanda che si è potuta permettere per anni una squadra “accademica”, avendo tre potenze in alto, con Leinster, Munster e Ulster. Già all’estero dubitano (?) sulle capacità azzurre, aggiungere una nuova squadra materasso non lo vuole nessuno.

E dunque? Come fare per far crescere più velocemente i giovani, ampliare la rosa tra cui il futuro ct azzurro potrà scegliere ed evitare di presentarsi ai Mondiali con due ragazzi (Canna e Violi) che hanno solo esperienza in Eccellenza (Violi una manciata di minuti come permit e nulla più)? La risposta è semplice. Rivoluzionare il rapporto tra celtiche ed eccellenti, rivoluzionare la gestione dei permit player, rendere il passaggio dai club alle franchigie fluido durante l’intera stagione. Così, giusto per fare un paio di esempi, con l’infortunio di Haimona l’anno scorso Carlo Canna avrebbe potuto farsi le ossa in Pro 12 nel finale di stagione, senza presentarsi alla Rugby World Cup senza esperienza internazionale, così come i giovani testati da Jacques Brunel nei due miniraduni delle scorse settimane potrebbero andare a coprire i buchi che Treviso ha attualmente con l’infermeria strapiena.

Una rivoluzione a costo zero, o quasi, che permette alle due franchigie celtiche di avere una rosa “infinita” durante l’intera stagione, ai giovani talenti di fare esperienza d’alto livello e portare quest’esperienza poi nei club d’Eccellenza, magari facendo crescere il livello mediocre del campionato italiano. Perché il vero problema è il gradino mancante, quello da un’Eccellenza dilettantistica e di basso livello a una Pro 12 professionistica e d’alto livello. E’ qui che la Federazione – insieme ai club – deve lavorare. Senza voli pindarici e sogni irrealizzabili.

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