Mafia italo-americana: la Commissione e le Cinque famiglie

Terminata la guerra castellammarese e ucciso il boss Salvatore Maranzano, Lucky Luciano insieme ai capi delle altre famiglie mafiose italo-americane diede corpo alla Commissione di Cosa nostra americana.L’idea sarebbe stata messa a punto proprio da Luciano e Maranzano, ma the boss of bosses era poi stato tradito e assassinato e Luciano a 34 anni era

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Terminata la guerra castellammarese e ucciso il boss Salvatore Maranzano, Lucky Luciano insieme ai capi delle altre famiglie mafiose italo-americane diede corpo alla Commissione di Cosa nostra americana.

L’idea sarebbe stata messa a punto proprio da Luciano e Maranzano, ma the boss of bosses era poi stato tradito e assassinato e Luciano a 34 anni era diventato il capo di una delle Cinque famiglie di New York.

In quei giorni nel paese vennero uccisi dai trenta ai quaranta vecchi leader mafiosi. La nuova guardia aveva preso il sopravvento. Il “sindacato” era formato dalle famiglie mafiose newyorkesi e dalle principali famiglie del resto della nazione.

Un comitato di controllo sulle attività mafiose, un luogo di risoluzione dei contrasti, ma anche di trame oscure, collusioni, tradimenti. Oggi nella Commissione sono rappresentate le 5 famiglie di New York, più la famiglia De Cavalcante, i Chicago Outfit, la famiglia Patriarca, la famiglia Scarfo. Da Gnosis:

Da quando Luciano stabilì il primo precedente, i mafiosi hanno lavorato liberamente e a stretto contatto con criminali e gruppi di altre etnie e nazionalità. Attraverso i tradizionali metodi mafiosi di mantenimento della leadership e della disciplina, i mafiosi associati in imprese criminali con delinquenti non italiani, sono riusciti a metterli in riga. I mafiosi che erano entrati nell’era del proibizionismo con attività criminali limitate alle comunità italiane, agendo individualmente o in piccoli gruppi, si ritrovarono, alla fine del proibizionismo, riuniti in attività su vasta scala, anche in aree al di fuori delle comunità italiane, in collaborazione con gangster e gruppi criminali di altre nazionalità.

Con la morte di Maranzano, l’uomo forte, il capo dei castellammaresi era diventato Joe Bananas Bonanno (foto) che nell’omonima famiglia aveva incorporato la maggior parte degli ex subalterni di Maranzano.

Joe Bananas, il boss che dava del tu a politici e giudici, divideva potere e affari con le altre 4 famiglie newyorkesi: Genovese, Gambino, Colombo, Lucchese.

Gli interessi dei Bonanno spaziavano dalle tradizionali attività illecite delle organizzazioni di tipo mafioso, al settore dell’abbigliamento, passando per le fabbriche alimentari e le imprese di pompe funebri.

Sarebbe stato proprio Bonanno a ideare il modo per far sparire i cadaveri noto come “doppia bara”: il corpo da occultare veniva nascosto sotto quello di un cliente delle pompe funebri.

Quando negli anni ’60, Bonanno iniziò a espandere le sue attività in Arizona e in California le altre famiglie si misero in allarme e ben presto ci furono contrasti e ripercussioni. Da Narcomafie:

Al ricevimento per le nozze del figlio Salvatore con Rosalia Profaci, anch’essa figlia di boss, all’hotel Astor di Manhattan ci sono tremila persone, tra cui uomini d’affari, politici, ecclesiastici, il direttore del giornale Il Progresso Italo-Americano e tanti altri. Nell’agosto del ’57 viene in Italia, per l’inaugurazione di un orfanotrofio in Sicilia. All’aeroporto di Fiumicino riceve un’accoglienza trionfale: c’è pure Bernardo Mattarella, anche lui castellammarese, democristiano e più volte ministro. Solo negli anni 60′ comincia il suo declino a seguito delle rivelazioni di Joe Valachi. Condannato dalla commissione di cosa nostra, Bonanno sparisce simulando un sequestro di persona (31 ottobre 1964). Quando le acque si placano si ritira a Tucson in Arizona al confine con il Messico per morire molti anni dopo nel suo letto l’11 maggio 2002.

Valachi era stato il primo, nel 1963, a parlare pubblicamente dell’esistenza di Cosa nostra americana. Dopo aver raccontato tutto al senatore John McLellan e alla sua commissione d’inchiesta contro il crimine organizzato, pubblicò un libro (“Valachi papers”) che divenne un best seller.

Bonanno in seguito venne accusato di tramare alle spalle della Commissione e di volere la morte di alcuni boss delle altre famiglie tra cui Carlo Gambino e Gaetano Lucchese. Nel 1964 dopo una misteriosa fuga, mascherata da rapimento, accettò di ritirarsi, di consegnare la gestione del business della famiglia alla Commissione (per un giro d’affari di circa 2 miliardi di dollari all’anno) e di trasferirsi in un altro paese.

Il boss avrebbe allora lasciato clandestinamente gli States e avrebbe passato un po’ di tempo in Nord Africa, a Tunisi, e poi ad Haiti, prima di fare ritorno Negli Usa, a Tucson.

Joe Bananas rimase tranquillo fino al 1965, anno in cui il figlio Salvatore, subì un tentativo di omicidio. Chi poteva aver attentato alla sua vita? Il boss castellammarese non aveva dubbi in proposito: Paul Sciacca che gli era subentrato per volere della Commissione alla guida della famiglia.

Inizia così la cosiddetta “guerra di Joe Bananas” che divise la famiglia Bonanno in due rami: uno che supportava Joseph Bonanno e l’altro agli ordini di Paul Sciacca. Poco tempo dopo Bonanno fu colpito da infarto e si ritirò definitivamente dalla scena. Morì a Tucson nel 2002 e non fu mai condannato per reati gravi.

L’ uomo che disprezzò di più nella sua vita era conosciuto come “Caco” ed ebbe una certa notorietà verso la fine del 1963. In realtà si chiamava Joe Valachi e per due mesi fece tremare la Cosa Nostra americana, dalla costa atlantica a quella pacifica. (…) Il più in collera con “Caco” era proprio Joseph che se l’ era cresciuto quasi come un figlio, che l’ aveva onorato della sua amicizia, che gli aveva offerto protezione e soprattutto dollari. Una generosità ricambiata male: con una “cantata” senza precedenti sulle 5 “famiglie” e in particolare su di lui, su Giuseppe Joseph Bonanno detto Joe Bananas. Fu allora che tutta l’ America seppe di quell’ uomo d’ affari di origini italiane che viveva a Brooklyn. Era il capo dei capi.

La gavetta con Joe Masseria, la concorrenza di Lucky Luciano e di Jospeh Profaci (boss della famiglia Colombo, ndr) i primi soldi guadagnati con il racket e investiti nel mercato immobiliare, la scalata al vertice di Cosa Nostra americana. In trent’ anni di attività criminale, in America fu condannato una sola volta e come imprenditore tessile: una multa di 40 dollari per una violazione della legge sul lavoro. Non gli andò peggio qui in Italia quando il giudice istruttore palermitano Aldo Vigneri, all’ inizio degli Anni Sessanta, lo rinviò a giudizio con una dozzina di altri “don” per traffico di stupefacenti. Assolto per insufficienza di prove, come nelle migliori tradizioni di allora. Qualche anno prima – era il 16 settembre del 1957 – Joe Bananas era tornato in Sicilia per partecipare al grande summit di mafia che si tenne al Grand Hotel delle Palme. Tutti i “mammasantissima” dell’ isola lo riverirono, lì decisero insieme quale sarebbe stata la “politica” di Cosa Nostra negli anni a venire: controllare il mercato mondiale della morfina base. (archivio la Repubblica)

L’attuale capo della famiglia Bonanno secondo L’FBI sarebbe Salvatore Montagna. Da Antimafia Duemila:

Montagna è cittadino canadese, essendo nato a Montreal 38 anni fa, ma le sue origini sono di Castellammare del Golfo, il paese natale dell’ex padrino Giuseppe “Joe” Bonanno, del quale sarebbe erede. La prima volta che si parlò di Montagna fu nel 2006, quando sarebbe giunto in Italia per tornare nel suo paese di origine. Un passaggio si disse obbligato, perché al suo ritorno negli Usa lui, portando appresso il placet dei mammasantissima siciliani, sarebbe divenuto il nuovo “padrino”, dopo che l’ex boss Joseph Massino fu condannato e divenne collaboratore di giustizia, e dopo la condanna all’ergastolo del suo presunto successore, Vincent “Vinny Gorgeous” Basciano.

Una mafia quella americana che non molla le sue origini. Di Castellammare sono stati i più potenti capi mafia Usa, a cominciare da quel Joseph Bonanno che ispirò a Mario Puzo il libro sul «padrino». A Castellammare del Golfo ha raccontato il pentito Nino Giuffrè i picciotti americani venivano ad «imparare il mestiere» o c’erano quelli di Castellammare che andavano negli Usa a “formare” i picciotti.

Certamente in America c’è una regola che dentro Cosa Nostra continua ad essere rispettata, ed è quella che per diventare “padrini” bisogna essere nativi della Sicilia, o figli di genitori siciliani, meglio ancora poi se si è di Castellammare del Golfo. «Cosa Nostra – dichiarò a suo tempo il vice questore e capo della Mobile di Trapani Giuseppe Linares, a margine di una conferenza stampa dopo un blitz antimafia (operazione Tempesta) proprio nel castellammarese – è come l’Araba fenice: risorge sempre dalle ceneri».

«Ci sono precisi rapporti dell’intelligence – riferisce un italiano diventato esperto di sicurezza in America, Antonio Nicaso – che confermano come a seguito di faide e guerre di mafia e soprattutto dopo gli scompaginamenti determinati da arresti e condanne, la mafia ha deciso di affidarsi a Montagna, un nuovo uomo».Quanto sia potente la cosca castellammarese lo si deduce da una storia degli anni ’90, quando a Castellammare si rifugiò un narcotrafficante ancora oggi super ricercato, Saro Naimo, «un uomo potente», Totò Riina diceva che era «più potente del presidente degli Stati Uniti»

Ma facciamo un passo indietro tornando alla famiglia Genovese e all’altro boss ritenuto il fondatore di Cosa nostra americana. Lucky Luciano aveva circa 300 “uomini d’onore” e decine di associati ai suoi ordini. Aveva nominato suo vice Vito Genovese e Frank Costello come consigliere della famiglia.

La cosca con le sue attività illecite – estorsioni, scommesse, gioco d’azzardo, edilizia, appalti sindacati, usura, prostituzione, riciclaggio, contraffazione di banconote, traffico di droga – si espandeva non solo nello Stato di New York, ma anche in California, Florida, Connecticut, Nevada e a Cuba.

Nel 1937 Luciano venne arrestato e condannato a una pena cha andava dai 30 ai 50 anni e nominò reggente della famiglia prima Vito Genovese e poi – quando questi fu costretto a darsi alla macchia (in Italia) perché accusato di omicidio – Frank Costello, soprannominato il “primo ministro della Malavita” per i suoi contatti con ambienti della politica, della magistratura e dell’imprenditoria.

Con il benestare di Luciano e insieme ad altri boss Costello finanziò la costruzione del primo casinò di Las Vegas. Le operazioni furono affidate a Meyer Lansky, consigliere non ufficiale della famiglia e uno degli uomini di maggiore fiducia di Luciano, e Bugsy Siegel.

Nel 1946 Luciano fu espulso dagli Stati Uniti e rimpatriato in Italia. Costello divenne allora il boss ufficiale della famiglia Genovese. Ma, sempre nel 1946, Genovese fu estradato in America per essere processato.

Con l’eliminazione dei potenziali testimoni e la corruzione di alcuni giudici, Genovese fu assolto dall’accusa di omicidio. A quel punto aveva un solo obiettivo: far fuori Costello e riprendere il controllo della famiglia.

Nel 1957 si alleò con Carlo Gambino e Gaetano Lucchese, per organizzare l’omicidio di Albert Anastasia, boss della famiglia Mangano e potente alleato di Costello. Con la morte di Anastasia e il ritiro dalle attività mafiose di alcuni dei più fedeli “capidecina” di Costello, Genovese decise di eliminare Costello.

La sera del 2 maggio 1957, mentre stava rientrando nel suo appartamento con la moglie, Frank Costello venne colpito alla testa da un colpo di pistola esploso da un killer di Genovese. Rimasto livemente ferito, Costello decise di ritirarsi e lasciare il posto di boss della famiglia Genovese al rivale, come vedremo più da vicino nel prossimo appuntamento dedicato alla mafia italo-americana.

Foto | Senza Memoria

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