Affari italiani: #VoglioSoloGiocare, quando l’ottusità ferma la passione

A Milano diversi ragazzi sono stati fermati dalle società e dalla burocrazia e non possono scendere in campo. E lanciano un appello. E il club “sotto accusa” risponde.

Giocare per passione, non certo per sognare di vestire la maglia azzurra, né per diventare professionisti o emulare Dan Carter o Israel Folau. E’ quello che, in Italia, fa la maggior parte dei rugbisti, ragazzi cresciuti con la palla ovale in mano e che vogliono solo giocare e divertirsi. Ma, spesso, l’ottusità dei club e della burocrazia federale impedisce a questi rugbisti di continuare a esserlo, mettendoli ai margini.

E’ capitato in passato e, ahimé, capiterà in futuro. E, oggi, capita a Milano, dove molti ragazzi sono stati fermati dalle rispettive società perché conta più l’orticello (oggettivamente arido, cari signori meneghini) che la passione. E se è vero che esistono le regole, come dicevamo ieri parlando di Australia e Inghilterra, esiste anche il buon senso. E, così, i rugbisti milanesi hanno lanciato un appello che Rugby 1823 fa suo (come anche azzurri come Marco Bortolami, Valerio Bernabò e il milanese Luca Morisi, ndr.) e hanno lanciato un hashtag #VoglioSoloGiocare, che speriamo riempa i social di tutti gli appassionati italiani. Ecco, dunque, l’appello dei rugbisti milanesi.

Ciao amici ovali, vi scriviamo per chiedervi sostegno in una battaglia che ci sta molto a cuore.

Da sempre ci scontriamo in campo da avversari e ci mischiamo d’estate per i tornei Seven perché, al di là dei colori che ci dividono, ci accomuna la passione unica per il rugby. Come sapete, negli ultimi mesi il rugby milanese ha cambiato volto con diversi mutamenti e, come risultato, ci sono dei ragazzi che oggi non possono giocare.

Viene loro vietato dalle società che ne possiedono i cartellini e non concedono loro il nulla osta per scegliere liberamente dove disputare il campionato 2015/16: per alcuni è stato chiesto di pagare il parametro Fir, ad altri è stata semplicemente negata la liberatoria con scuse pretestuose.

Non sono campioni, non lo saranno mai, vorrebbero solo continuare a mettere in campo la loro passione con gli amici e i colori che preferiscono. Nello spirito che ha sempre contraddistinto il rugby milanese.

Per questo chiediamo il vostro sostegno, mentre la burocrazia aiuta chi tiene prigioniera la passione. Vi chiediamo di sostenere la battaglia per il diritto al pallone ovale pubblicando sui vostri profili social network, privati o societari, l’hashtag #VoglioSoloGiocare.

Forse non servirà a molto, ma dimostrerà quanto il movimento milanese può fare al di là della cecità di alcuni suoi dirigenti. Lasciate liberi i rugbysti milanesi #VoglioSoloGiocare! Grazie a tutti.

AGGIORNAMENTO: Il Cus Milano, il club messo sotto accusa dal comunicato che abbiamo pubblicato stamani, ha risposto con un suo comunicato che, per dovere di completezza, riportiamo qui sotto.

Un organismo complesso come una Federazione sportiva deve essere regolato da norme di funzionamento.

Le norme non sono casuali, hanno loro motivo di esistere.

L’indennità per il risarcimento della formazione ha una valenza plurima: indennizzare una società che per la formazione di un giocatore ha investito risorse; regolare e disincentivare le migrazioni di gruppi di giocatori, specie se si accodano a un allenatore che cambia maglia; investire, come nel nostro caso, le indennità nel settore propaganda e giovanile.

Percepiamo regolarmente le quote associative dai nostri tesserati, ma è noto a tutti che esse non coprono le spese per la formazione, che rimangono a carico della Società, bensì coprono tutti gli altri costi necessari al funzionamento della ASD.

Non vogliamo tediare nessuno sul perché la nostra Società, che ha concesso nullaosta gratuiti a decine di tesserati, questa volta intenda esercitare il proprio diritto di percepire un indennizzo.

Troviamo singolare che adulti che fanno parte di un mondo che vive di regole, le trovino inique quando li colpiscono.

Troviamo singolare che giocatori della nazionale italiana, o un presidente di una società affiliata si schierino contro norme che regolano l’attività della Federazione di cui fanno parte.

Troviamo singolare che si punti sui social network per forzare una decisione, quando esiste un organo di giustizia federale che può dirimere la questione.

Troviamo giusto che le regole tutelino chi lavora seriamente sui vivai.

Non troviamo giusto agevolare chi, non avendo avuto vivai per anni, prosegue nella politica di sforzo minimo e risultato massimo, accogliendo sistematicamente giocatori formati altrove.
Ci dispiace essere formali nei confronti di ragazzi “che vogliono solo giocare”. A loro, visto che sono a tutti gli effetti degli adulti, ci permettiamo di suggerire di andare un po’ più in profondità delle norme che regolano il gioco che vogliono praticare.

AGGIORNAMENTO 2: E dopo la versione del Cus Milano, ecco quella del Chicken, cioè i ragazzi che hanno lanciato l’appello e l’hashtag #VoglioSoloGiocare. Così che chiunque può farsi un’idea con tutte le informazioni.

Ciao a tutti, oggi vi vogliamo raccontare una storia di rugby. Ma non una di quelle nostalgiche con cui i nostri e i vostri old riempiono le serate in club house. Vogliamo raccontarvi una bella storia di rugby di oggi, che cresce sui social network ma nasce da quei valori che, nonostante tutto e tutti, rendono il nostro mondo ancora diverso da tutti gli altri.

Ci presentiamo, siamo i ragazzi del Chicken Rugby e ognuno di noi dice #VoglioSoloGiocare. Quello che era il nostro grido di sofferenza per quella che reputiamo un’ingiustizia verso pochi nostri compagni, è diventato in poche ore l’appello di tutto il nostro mondo del rugby: giocatori della Nazionale – che non smetteremo mai di ringraziare perché hanno dimostrato ancora una volta il loro valore come uomini prima che come sportivi -, dirigenti, amici e tanti rivali (nel senso più sano del termine) ci hanno appoggiato, condiviso e retweetato. Da Nord a Sud, all’Italia all’estero, dal Pro 12 alla Serie C2. E abbiamo scoperto che sono e sono stati tanti, troppi, i giocatori che hanno dovuto rinunciare ai loro sogni e alla loro passione perché bloccati dalla loro società di appartenenza.

Questa marea di affetto ci ha sopraffatto, stupito, emozionato. E per questo pensiamo sia giunto il momento di fare chiarezza e raccontarvi la nostra storia. Che è quella di un gruppo di amici che in totale autonomia, libero dai diktat della propria società, ha deciso di provare a dare sostegno ai suoi amici in difficoltà sfruttando il potere dei media odierni. Non abbiamo voluto accusare nessuno, non abbiamo additato nessuno, ma abbiamo cercato solo di affermare un principio di libertà.

Chi si è sentito toccato – ebbene sì, il Cus Milano, tanto ormai lo avete letto dappertutto – ha già replicato di propria iniziativa. Ora vogliamo farvi sentire la nostra versione. Come in una mischia, testa contro testa e palla in mezzo, potrete così essere voi tutti amici ovali a decidere chi sia nel torto o nella ragione.

Partiamo dal principio. Un allenatore «ha cambiato squadra» la scorsa estate, è vero. Secondo noi, è solo tornato a casa per rimettere una maglia che non aveva mai tolto, ma questi sono dettagli. Come spesso accade, i ragazzi più affezionati a lui, hanno deciso di seguirlo lasciando la squadra dove avevano ultimato la loro formazione. Capita, è sempre capitato, è il bello secondo noi dello sport dilettantistico fatto di sangue, fango e sudore.

Questi ragazzi nella loro piena maturità hanno fatto una scelta, ma qualcuno ha deciso che loro no, non potevano andarsene a differenza di altri. Non potevano scegliere dove giocare. E che se un’altra società voleva schierarli in campo doveva compensare la loro formazione appellandosi all’articolo 46 del Regolamento Fir. Di sicuro non è stato bello, forse non è stato elegante tra due società che solo pochi anni fa avevano condiviso un lungo cammino fino a quella Serie B che oggi i ragazzi del Cus difendono con orgoglio e impegno. E per cui noi facciamo sempre il tifo.

Eppure le regole ci sono, vanno rispettate. Ma tutte, e da parte di tutti. E questo anche anche per l’articolo successivo, il numero 47, che consente ai giocatori di chiedere come compensazione per il parametro «ogni somma comunque versata in ogni momento del tesseramento, per la sua formazione tecnica, fisica ed agonistica». Attendendosi dunque al regolamento, i ragazzi hanno percorso la strada della richiesta di compensazione. Chi ci accusa di non conoscere le norme, ha detto ancora no. Le quote versate non compensano quanto speso per la formazione di un ragazzo, sostiene. Dovrebbe lamentarsi con la Federazione, non con noi e con dei ragazzi di vent’anni.

E allora eccoci qui, ora, al prossimo passo. Dopo aver tentato di trovare un accordo, la società proseguirà nella sua battaglia nelle sedi competenti: appena i tempi legali lo permetteranno, si rivolgerà alla Camera Paritetica di Conciliazione della Fir. Ma intanto i nostri amici continuano a guardare da bordo campo settimana dopo settimana.

Noi invece continueremo a giocare anche per loro ora sappiamo di non essere più 15, 22 o 30, ma tanti, tanti di più perché voi siete al nostro fianco. E domenica scenderemo in campo con la maglietta #VoglioSoloGiocare per goderci 80’ di sport leale e pulito contro i ragazzi del Cus Milano Serie C, rugbysti veri come noi.

Perché è questo quello che dice ogni rugbysta, quando si alza la domenica mattina: #VoglioSoloGiocare.