Giovanni Brusca indagato per riciclaggio ed estorsione: caccia al “tesoro”

Giovanni Brusca, uno degli esecutori materiali della strage di Capaci poi diventato collaboratore di giustizia, è indagato per riciclaggio, fittizia intestazione di beni e tentata estorsione aggravata. Dal carcere, secondo le indagini della Dda di Palermo, continuerebbe a gestire affari illeciti e un patrimonio mai dichiarato. Oggi pomeriggio sarà interrogato. L’ex boss di San Giuseppe

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Giovanni Brusca, uno degli esecutori materiali della strage di Capaci poi diventato collaboratore di giustizia, è indagato per riciclaggio, fittizia intestazione di beni e tentata estorsione aggravata. Dal carcere, secondo le indagini della Dda di Palermo, continuerebbe a gestire affari illeciti e un patrimonio mai dichiarato.

Oggi pomeriggio sarà interrogato. L’ex boss di San Giuseppe Jato rischia di essere espulso dal programma di protezione e di perdere la possibilità della scarcerazione anticipata. I carabinieri del Gruppo di Monreale sono piombati nel carcere di Rebibbia la scorsa notte, con un ordine di perquisizione della Procura di Palermo.

In casa della moglie del pentito, in una località segreta, sarebbero stati trovati 188 mila euro in contanti. Altre perquisizioni sono in corso in abitazioni di alcuni presunti prestanome dell’uomo, alla ricerca dei beni mai rivelati.

Gli inquirenti ritengono che Brusca abbia taciuto su gran parte del suo patrimonio, che in questi anni avrebbe continuato a gestire approfittando anche dei permessi premio, concessi ogni 45 giorni. Del resto il pentito in una lettera inviata a un prestanome, e fotocopiata dagli inquirenti prima che fosse spedita, scriverebbe in relazione al suo patrimonio: “ho mentito spudoratamente”.

L’accusa di tentata estorsione, con l’aggravante di avere commesso il reato col metodo mafioso, è dovuta invece alle minacce che Brusca avrebbe rivolto a un suo ex prestanome per tornare a controllare un’azienda. Scrive Live Sicilia:

I carabinieri del gruppo di Monreale stanno infatti eseguendo una serie di perquisizioni domiciliari nelle province di Palermo, Roma, Milano, Chieti e Rovigo nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge anche alcuni familiari e persone vicine al boss. L’indagine è scaturita da una serie di intercettazioni effettuate dagli investigatori nell’ambito della cattura del latitante Domenico Raccuglia che hanno fatto emergere la disponibilità, da parte della famiglia Brusca, di beni che non sono ancora stati individuati. Gli investigatori sarebbero alla ricerca del ”tesoro” accumulato illecitamente da Giovanni Brusca, che è tuttora sottoposto al programma di protezione, e dai suoi familiari.

Brusca era finito in manette il 20 maggio del 1996 mentre era latitante con la famiglia a Cannatello (Agrigento). Oltre che per la strage di Capaci nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesco Morvillo e tre agenti di scorta, il boss è stato condannato come mandante del sequestro e dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, insieme a Brusca tra gli organizzatori dell’attentato a Giovanni Falcone.

Qualche giorno dopo l’arresto, Brusca manifestò ai poliziotti della squadra mobile di Palermo la sua volontà di collaborare. Da la Repubblica Palermo:

offrì spunti determinanti per l’arresto di due padrini latitanti, Carlo Greco e Pietro Aglieri. Per i magistrati, fu un segnale di disponibilità importante. Il 26 luglio, Brusca pronunciò le sue prime dichiarazioni a verbale. Ma erano infarcite di omissioni e di troppe bugie, per coprire alcuni complici. Ci vollero tre anni prima che il boia di Capaci fosse ammesso al programma di protezione. E ancora oggi, Giovanni Brusca è indicato come “reticente” nelle sentenze che hanno affrontato il delicato nodo dei rapporti fra mafia e politica in concomitanza con le stragi del 1992.

Per la Procura di Palermo, ma anche per quella di Caltanissetta, Brusca resta comunque un testimone fondamentale: è stato lui, per primo, a svelare l’esistenza del papello e della trattativa durante la stagione degli eccidi Falcone e Borsellino. Per questa ragione, l’ex boss è stato citato dai pubblici ministeri al processo che vede imputato il generale Mario Mori di avere favorito la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano. Il 22 maggio scorso, in aula, Brusca ha dichiarato: “Riina mi disse il nome dell’uomo delle istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ordine, la trattativa con Cosa nostra”. Ma ha subito precisato di non potere ripetere il nome pubblicamente, perché sarebbero in corso delle indagini sulle sue rivelazioni.

Poi, il nome è trapelato comunque attraverso indiscrezioni di stampa. E’ quello dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, che ha subito replicato: “Se Riina, nel natale 1992, parlava con i suoi complici di un messaggio, quel messaggio fu, tre settimane dopo, il suo arresto, da me più volte sollecitato anche pubblicamente alle forze dell’ordine”.

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