Omicidio Procacci: condannato a 30 anni il fratello Pasquale

Riconosciuto colpevole di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e per questo condannato a 30 anni di reclusione. È la sentenza emessa nel pomeriggio di ieri dal gup Marina Zelante a carico di Pasquale Procacci, fratello di Maria Teresa, la vedova 69enne, uccisa a Milano nella notte a cavallo tra il 27 e il 28 aprile

di remar


Riconosciuto colpevole di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e per questo condannato a 30 anni di reclusione. È la sentenza emessa nel pomeriggio di ieri dal gup Marina Zelante a carico di Pasquale Procacci, fratello di Maria Teresa, la vedova 69enne, uccisa a Milano nella notte a cavallo tra il 27 e il 28 aprile 2009.

L’uomo ha preso il massimo della pena prevista nel giudizio abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena. Maria Teresa Procacci era stata trovata morta intorno alle 19 del 28 aprile all’interno della sua auto, una Hyundai Accent parcheggiata in viale Sarca. Seminuda, la donna aveva il cranio fracassato da un oggetto contundente, mai ritrovato.

A luglio 2009 erano scattate le manette ai polsi del fratello. Il gup ha accolto la richiesta di condanna del pm Letizia Mannella, che ha ricostruito il movente del delitto individuandolo nei presunti litigi tra i due fratelli per la gestione del patrimonio ereditato un anno prima alla morte del padre.


Pasquale Procacci, che si è sempre dichiarato innocente, alla lettura della sentenza è rimasto impassibile. Da Il Giornale:

Al centro del «giallo», una eredità di dieci milioni di euro lasciata dal padre dei due Procacci: contanti, titoli, e soprattutto appartamenti. Secondo le indagini della Squadra Mobile, tra i due maturi fratelli era sorto un contenzioso piuttosto aspro sulla gestione del patrimonio, al punto che Maria Teresa aveva minacciato di diseredare il figlio di Pasquale, e alcuni giorni prima del delitto i due si erano recati da un notaio per discutere la divisione dei beni.

Ad incastrare l’uomo, il ritrovamento del suo Dna nei frammenti di un guanto in lattice rinvenuti nell’auto. Della svolta nelle indagini si legge negli archivi di Repubblica:

Hanno avuto intuito e pazienza, gli investigatori. Hanno continuato a seguire un filo logico, a isolare e scartare i possibili sospetti, a frugare e aspettare un passo falso. Tali erano sembrati le due mosse di Pasquale Procacci, il fratello di Maria Teresa, il giorno del ritrovamento del cadavere della sorella: la frettolosa denuncia di scomparsa ai carabinieri, alle 12, e l’ ingresso in casa della sorella, alle 19.30. «Una vecchia regola investigativa- spiegava un segugio – vuole che chi entra per primo in casa della vittima è l’ assassino». Mancava l’ indizio forte. Lo ha scovato – dopo aver incastrato i quattro stupratori di Sesto con un’ impronta digitale – la Scientifica, gabinetto anch’ esso lasciato da poco da un veterano come Giuseppe Paparella, e ora diretto da due donne, Giuseppina Menna e Lilia Fredella. «Impossibile – sussurravano alla Mobile – che in quella macchina non ci sia nulla, con tutto quel sangue». C’ era. Dna. Due pezzettini di guanto. E cioè un omicidio a freddo, un assassino che sa già di non dover lasciare tracce sulla scena. Perché basta un frammento a inchiodarlo.

L’avvocato di Paquale Procacci, Corrado Limentani, ha contestato le tesi dell’accusa dicendo che l’uomo usava spesso i guanti per pulire quella macchina che, tra l’altro, usava di frequente.

“È una sentenza che non capisco l’unico indizio era la presenza del dna di Procacci nei guanti in lattice trovati nell’auto. Ma, a nostro avviso, quel dna era pre-esistente al momento del delitto perchè il mio assistito ha spiegato di aver sempre guidato l’auto della sorella, facendo anche alcuni lavori di manutenzione con indosso quei guanti”.

Il pm in aula, nel processo a porte chiuse, ha affermato che la commistione tra tracce ematiche della vittima e sudore del fratello poteva essersi verificata solo nel momento dell’omicidio. Il legale ha espresso dubbi anche sul movente, individuato dalla Procura in una questione di eredità:

“L’80% dei testimoni, parenti e amici, ha detto che fratello e sorella andavano d’accordo. Gli unici due testi che hanno parlato di dissidi tra Paquale e Maria Teresa sono coloro i quali hanno provato a truffare la vittima prima dell’omicidio”.

Foto | la Repubblica Milano

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