Doping: la procura mette il Coni sotto inchiesta

Un sistema antidoping con troppe falle e controlli inesistenti quello dello sport italiano.

Uno scandalo che non tocca il rugby, ma che coinvolge comunque tutto lo sport italiano, perché sotto accusa va nientemeno che il Coni. Il caso Schwazer ha – finalmente! – aperto quel Vaso di Pandora chiamato sistema antidoping, che in Italia da decenni è tanta immagine, ma ben poca sostanza. E, ora, indaga anche la Procura.

A scriverlo è il Corriere della Sera, che riporta come la Procura di Roma stia indagando sul sistema antidoping, mettendo sotto accusa il Coni, l’Agenzia nazionale antidoping (Nado) e diverse federazioni. Sotto accusa il Coni di Gianni Petrucci e Raffaele Pagnozzi (candidato alla presidenza sconfitto da Malagò), che hanno guidato il governo sportivo dall’inizio del millennio. E l’accusa è pesante: complicità con gli atleti per evitare di cadere nella rete antidoping.

Tutto, come detto, nasce dal caso Schwazer e dalle indagini di Bolzano. E da un’informativa mandata alla Procura di Roma dagli investigatori altoatesini, che non lascia spazio all’immaginazione: “Il sistema Coni-Nado, con la complicità della Fidal e di diverse altre Federazioni sportive, ha trasformato i controlli in un rituale “amichevole” e privo di sanzioni che ha chiaramente fatto intendere agli atleti malintenzionati che l’intero sistema antidoping era più di facciata che di reale sostanza”.

E i nomi degli atleti sono di quelli importanti, oltre a quello di Alex Schwazer. Perché secondo gli investigatori di Bolzano sarebbero dovuti venir squalificati per aver saltato almeno tre controlli antidoping in 18 mesi personaggi del calibro di Andrew Howe e Giuseppe Gibilisco. E, ora, su questi casi indaga la Procura di Roma. Perché, stando alle carte, in Italia l’ultima delle preoccupazioni per gli sportivi erano i controlli antidoping.

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