Leggende ovali: i Mondiali 1995, Mandela e la “cameriera Suzie”

Da un lato i padroni di casa, quelli Springboks esclusi per decenni dal rugby che conta per colpa dell’apartheid, quelli sfavoriti dai pronostici, ma su cui punta forte Nelson Mandela, che dei Mondiali 1995 vuole far la bandiera da cui far ripartire il Paese. Dall’altro gli All Blacks, quelli invincibili, quelli spinti dalla trazione anteriore di Jonah Lomu, un’ala anomala, potente, devastante e incredibile. E favoriti d’obbligo.

Come finì il 24 giugno 1995 – giusto 20 anni fa oggi – lo sappiamo tutti. Il Sud Africa di François Pienaar a Johannesburg trionfò 15-12 dopo i tempi supplementari grazie al drop di Joël Stransky che piegò la resistenza della Nuova Zelanda. Un trionfo di una squadra, di un leader politico e di una nazione. Un trionfo che, però, da vent’anni si porta dietro una leggenda che getta una luce oscura su quella finale.

Due giorni prima del match, infatti, la stragrande maggioranza dei giocatori della Nuova Zelanda stette male, per una presunta intossicazione alimentare. Un ‘infortunio’ che mise Jonah Lomu e compagni ko e li portò alla finale in condizioni fisiche precarie. E, per molti, fu questo a cambiare la storia di un match leggendario. Ma fu intossicazione alimentare casuale, o vi fu dolo?

A 20 anni di distanza di certezze non ce ne sono. Colin Meads, ex leggenda All Blacks e manager della nazionale nel 1995, da anni dà la colpa al latte per quello che successe. “Il mercoledì sera uscimmo e facemmo le ore piccole, bevendo. Giovedì, per riprenderci, bevemmo a pranzo un paio di bicchieri di latte. Per me fu quello a farci male” ha dichiarato nel 2008 Meads. Secondo altri, invece, il venerdì sera gli All Blacks andarono a cena in un ristorante – e non in albergo – contravvenendo alle regole della dirigenza neozelandese. Mangiarono pesce e fu questo a far loro male, ma nascosero tutto al coach Laurie Mains. Due versioni credibili, ma sicuramente meno affascinanti – e complottistiche – di quelle che ruotano attorno a un personaggio leggendario: la “cameriera Suzie”.

“Waitress Suzie”, come in Nuova Zelanda viene chiamata da vent’anni quella che ha sostituito nelle favole per bambini l’uomo nero o il drago. La cameriera Suzie, quella donna che, secondo alcuni, avrebbe volontariamente dato cibo avvelenato agli All Blacks, mettendoli ko in vista della finale. Subito dopo il match perso fu il coach dei tuttineri Mains a parlare di una misteriosa cameriera di nome Suzie, che avrebbe avvelenato 27 dei 35 giocatori, tutti che avevano mangiato in albergo.

Ma, se mai la cameriera Suzie fosse reale, chi l’avrebbe mandata? I teorici del complotto politico indicano nel Sud Africa il primo sospetto. Ovvio, furono gli Springboks a guadagnarci dall’avvelenamento e vincere la finalissima aveva per il Sud Africa un’importanza che andava oltre al mero risultato sportivo. Secondo Mains, che assunse un investigatore privato per fare luce sulla faccenda, invece dietro all’avvelenamento c’erano le scommesse clandestine e, in particolare, una gang dell’Estremo Oriente che avrebbe pagato la leggendaria cameriera Suzie per avvelenare l’acqua dei giocatori.

La realtà è, ancora oggi, sconosciuta e, probabilmente, cosa veramente successe nelle 48 ore che precedettero la finalissima di Johannesburg non si sarà mai. Incidente o complotto? L’ombra delle scommesse o quelle della politica, o semplicemente una bravata costata cara? Quel che è certo è che, al 93′, Joël Stransky trovò il drop della vittoria. Drop, cioè goccia in inglese. E torniamo alla cameriera Suzie e all’acqua.