Azzurri vs Fir: la tregua lascia “morti e feriti” sul campo

L’accordo di massima raggiunto ieri dagli azzurri e dalla Federazione sblocca la situazione, ma le ultime 72 ore hanno cambiato molte cose.

Un accordo da formalizzare, ma che sulla carta c’è. Lo scontro esploso tra domenica sera e lunedì mattina tra gli azzurri in ritiro a Villabassa e la dirigenza federale ha visto la sua prima, parziale, conclusione ieri sera a Calvisano, dove i massimi esponenti Fir hanno incontrato i giocatori dell’Italrugby e i loro rappresentanti (G.I.R.A.) per trovare un accordo sulle questioni sul tavolo.

Il risultato – aspettando l’ufficialità di un documento firmato dalle parti – vede confermata l’impostazione meritocratica voluta da Alfredo Gavazzi, ma a cifre più consone all’impegno lavorativo dei prossimi tre mesi degli azzurri e, soprattutto, l’accettazione da parte della Fir di preparare un documento che ponga le basi affinché in Italia ci si avvii a un vero professionismo, con garanzie assicurative, lavorative e rappresentative che sino a oggi erano mancate.

Tutti felici e contenti? No, perché da questo scontro sono in tanti a uscirne male. Da un punto di vista dell’immagine (merito anche al modo parziale in cui gran parte della stampa ha dipinto la situazione) gli azzurri, che ora avranno bisogno di tempo e di una buona comunicazione (e di risultati) per cancellare quelle parole che tra molti appassionati (e meno) circolano. Da “mercenari” ad “attaccati ai soldi”, l’idea che il lettore distratto si è fatto è questa.

Male ne esce la dirigenza Fir, che ha trascinato la questione troppo in là, arrivando allo scontro nel peggior momento possibile, cioè a raduno iniziato. I temi sul tavolo erano caldi, ma il buonsenso avrebbe dovuto prevalere, visto che le richieste di entrambe le parti non erano assurde e, come l’accordo di massima di ieri conferma, una soluzione si poteva trovare in tempi brevi. Accettare una maggiore rappresentatività dei giocatori, far fare il salto di qualità al movimento dando vita a un professionismo vero e non di facciata e trovare un compromesso su premi e gettoni si poteva raggiungere prima. E si doveva farlo.

Ma male ne escono anche coloro che in questa ‘guerra’ sono rimasti ai margini della battaglia. L’Italia si presenterà ai Mondiali non solo con un ct in scadenza di contratto e – come dimostrato nella conferenza stampa di fine Sei Nazioni – con le idee poco chiare sui problemi dell’Italia, ma anche con un ct che è stato travolto dagli eventi. Jacques Brunel in questi due mesi di battaglia non ha mai parlato, non prendendo una posizione e, di fatto, sembra essersi staccato dal gruppo che guida. Riuscirà a rinsaldare il legame da qui a settembre?

Poi c’è la questione del team manager. Gino Troiani ha il ruolo di ponte tra la nazionale e la dirigenza, è il primo ambasciatore delle istanze dell’una e dell’altra parte. Anche lui, però, è stato travolto dagli eventi e il suo ruolo è stato messo in dubbio di fronte al ‘dialogo’ semidiretto (attraverso la stampa di Gavazzi, attraverso i social dei giocatori) tra azzurri e Fir.

Insomma, da queste 72 ore a uscirne male è il movimento, al di là delle ragioni o dei torti degli uni o degli altri. E questa non è la prima volta in questi ultimi anni che il rugby italiano mostra un’immagine grigia di sè, confermando la difficoltà di gestire un movimento che è sì in crescita, ma che vive in bilico in un Paese dove la visibilità per gli “sport minori” è al minimo. E, come scrive la Gazzetta dello Sport oggi, alcuni degli sponsor azzurri non hanno apprezzato quel che si è visto e letto in questi giorni. Il rischio di un fuggi fuggi è reale e qualcuno dovrà capire che il giocattolo è bello, ma rischia di rompersi.