‘Ndrangheta: Roberto Moio pentito, cosca Tegano in fibrillazione dopo l’operazione Agathos

Roberto Moio, arrestato martedì scorso a Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione Agathos, ha deciso di collaborare con la giustizia. E la cosca Tegano trema. Moio è un nipote acquisito (ha sposato una figlia della sorella) di Giovanni Tegano, il boss arrestato nell’aprile scorso dopo 17 anni di latitanza.«Basta, non ne posso più di queste cose. Voglio

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Roberto Moio, arrestato martedì scorso a Reggio Calabria nell’ambito dell’operazione Agathos, ha deciso di collaborare con la giustizia. E la cosca Tegano trema. Moio è un nipote acquisito (ha sposato una figlia della sorella) di Giovanni Tegano, il boss arrestato nell’aprile scorso dopo 17 anni di latitanza.

«Basta, non ne posso più di queste cose. Voglio parlare con un magistrato della Dda», avrebbe detto Moio davanti al gip cui si era presentato per l’interrogatorio di garanzia. Così è stato chiamato il procuratore Giuseppe Lombardo e l’uomo è stato subito trasferito in un altro carcere.

La conferma della scelta di collaborare è venuta ieri direttamente dal procuratore Giuseppe Pignatone, come accennato stamattina. In un’ intervista sugli arresti della seconda fase dell’operazione Agathos – che ha visto finire in manette anche Antonino Barillà, sindacalista calabrese della Uil trasporti – il magistrato ha detto: «uno dei mafiosi ha deciso di collaborare, sono già iniziati gli interrogatori ed è un fatto importante, perchè in Calabria è raro».

Sul sindacalista arrestato con l’accusa di prendere tangenti dalla cooperativa New Labor, incaricata della pulizia dei treni nella stazione di Reggio Calabria, Pignatone ha affermato: «risulta molto chiaramente dalle intercettazioni che fra il sindacalista e i mafiosi c’è una specie di gioco di sponda che viene fuori proprio in occasione dei momenti di crisi, quando si devono fare le liste dei lavoratori da mettere in cassa integrazione o quelli che devono ricevere una diminuzione di stipendio. Dalle intercettazioni viene fuori che analoghe tangenti venivano destinate a Roma e a Bari, dove questa stessa impresa aveva ulteriori attività. Su questo sono in corso ulteriori indagini per capire a chi venivano pagate».

Ne «fanno le spese gli imprenditori onesti da un lato e poi i lavoratori. Perchè perfino nel momento drammatico della messa in cassa integrazione a decidere non è l’imprenditore da solo, ma l’imprenditore prima si confronta da un lato coi mafiosi e dall’altro col sindacalista, i quali ovviamente curano soltanto i propri interessi, non certo quelli dei lavoratori».

Poi alla domanda se ci siano altri sindacalisti nel mirino, Pignatone ha detto che «questo naturalmente ora non lo possiamo sapere. La speranza sarebbe che non ci fossero ma qualche sospetto in realtà c’è». Scrive Reggio Tv:

Il sindacalista, che era già indagato nell’inchiesta della Dda reggina, è accusato di avere imposto il pagamento del pizzo pari a 1’800 euro al mese alla Cooperativa New Labor, a cui Trenitalia aveva affidato, tramite appalto, il servizio di pulizia sui convogli nella stazione di Reggio, ed alla quale i “picciotti” del clan Tegano estorcevano il denaro; parliamo di uno “compenso” di circa 25 mila euro mensili. Barillà in particolare imponeva un’ulteriore tangente minacciando di trasmettere a Trenitalia, nella sua qualità di sindacalista, la segnalazione delle violazioni al testo unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro.

La segreteria regionale della Uil trasporti nel frattempo con una nota ha comunicato che ha «sospeso Antonino Barillà dall’incarico di segretario regionale e da ogni altro incarico ricoperto nell’organizzazione sindacale» prendendo atto dell’autosospensione del sindacalista all’indomani dell’arresto.

Foto | Il Quotidiano della Calabria

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