Affari italiani: le Zebre e quel 26% di pressapochismo

Le Zebre sono diventate private. Forse, più o meno, così pare. Ma, i soldi, chi li metterà?

“Il Consiglio ha deliberato la cessione del 74% del capitale sociale di Zebre Rugby ad un’aggregazione locale di soggetti riferibili al territorio della Città di Parma”. Così scrivevamo ieri, riportando il comunicato stampa della Fir. Poche righe per sancire la privatizzazione, con un paio d’anni di ritardo, della franchigia di Parma. Ma è veramente così?

I dubbi di fronte a quello che è stato deciso a Bologna ieri sono tanti. In primo luogo: perché è stata ceduto solo una parte, seppur maggioritaria, della società e non tutta? Non perché la Fir voleva comunque mantenere una quota societaria, ma perché la cosiddetta cordata di imprenditori non ha voluto investire una cifra tale da poter acquisire il 100% della squadra.

Questo significa che “l’aggregazione locale di soggetti riferibili” (non meglio definiti, anche se il grosso della cordata è quella che aveva in mano i Crociati, ndr.) ha messo sul piatto meno di 300mila euro. Soldi importanti, ma non certo sufficienti a gestire un club di Pro 12, dove gli investimenti (al netto dei 4 milioni federali) non possono essere inferiori ai 2/3 milioni. Da dove arriveranno quei soldi?

“La cessione delle restanti quote in capo alla Federazione avverrà nel corso dell’esercizio” scrivevamo ancora ieri. Tradotto, l’ultimatum fissato per ieri affinché la cordata parmigiana presentasse un’offerta di almeno 300mila euro verrà, nuovamente, posticipato. E non è la prima volta che la Fir, parlando della privatizzazione delle Zebre, sposta più in là i termini affinché tutto sia in regola.

Insomma, le Zebre sono private. Forse, più o meno, così pare. Ma i dubbi restano, soprattutto sulla credibilità e la solidità economica di chi è subentrato per il 74% delle quote. Ma va bene così, no?


Foto | Zebre Rugby