Lo sport, i dilettanti e quella proposta che (ahimé) finisce in Parlamento

Da giorni impazza sulla stampa la questione del professionismo nello sport femminile. Ma nessuno dice le cose come stanno. E anche le parlamentari ci cascano…

Lo abbiamo già scritto, ma a leggere le cronache sui giornali, ripetita iuvant. Da ormai una settimana molti quotidiani, settimanali e siti web hanno scoperto la petizione portata avanti dalle ragazze dell’All Reds Rugby affinché alle donne atlete venga riconosciuto lo status di professioniste. Una battaglia che sulle pagine dei giornali assume l’aspetto di una “battaglia dei sessi”, con da una parte i maschi iperprotetti e professionisti e, dall’altro, le donne. Ma è veramente così?

Non proprio. Perché, come scrivevamo già una settimana fa, il professionismo nello sport italiano di fatto non esiste. Se si escludono calcio, basket, ciclismo, motociclismo, golf e pugilato, infatti, in nessun altro sport viene applicata la legge 91 del 1981, cioè quella che si occupa di sport e professionismo.

Sulla stampa, dunque, per enfatizzare la questione si fa – per esempio – il nome di Federica Pellegrini. Campionessa olimpica e mondiale di nuoto, la Pellegrini è, per il Coni, una dilettante. I giornali, però, dimenticano di dire che, proprio come Fede, pure Filippo Magnini (tanto per restare in famiglia) è considerato dilettante dal Coni. Così come lo sono sia la nazionale femminile sia quella maschile di rugby, come lo sono una Valentina Vezzali, ma anche un Aldo Montano. O come lo era Alberto Tomba, e tanti dei grandi campioni dello sport azzurro.

Insomma, una battaglia affinché alle donne-atlete vengano garantiti dei diritti sacrosanti (dal trattamento pensionistico alla mutua, passando per il trattamento di fine rapporto fino alla maternità) è giustissima. Ma va fatta nella maniera giusta. Puntare sulla discriminazione uomo/donna è fuorviante e, come si vede, sbagliato. Una battaglia per i diritti degli sportivi va fatta tutti assieme, uomini e donne. Perché, tranne rare eccezioni, lo sport italiano è dilettantistico.

E, a peggiorare le cose, ci si mette anche la politica. L’onorevole del Pd Laura Coccia ha, infatti, presentato una proposta di legge proprio sul tema, riprendendo alla lettera gli errori commessi nella petizione e ribaditi dai colleghi sulla stampa. Come scrive la collega della Coccia, Patrizia Maestri, infatti “La parità tra i sessi non è stata certamente raggiunta ma alcuni passi avanti sono stati fatti: eppure c’è ancora tanta strada da fare, in molti campi, tra cui lo sport. Basti pensare che ad oggi, nel 2015, le donne sono ancora escluse dal professionismo sportivo e questo a causa di un problema burocratico nelle regole del Coni. […] Lo sport dovrebbe portare avanti valori come la parità, l’uguaglianza e il rispetto e non quelli della divisione. Proprio per questo mi pare chiaro che non sia più pensabile, nel mondo di oggi, non permettere alle donne di essere professioniste sportive […] Il “dilettantismo imposto” alle atlete, infatti, impedisce loro di usufruire della legge 91/81 che regola i rapporti con le società, la previdenza sociale, l’assistenza sanitaria, il trattamento pensionistico, eccetera. Anche le atlete italiane di cui tutti siamo orgogliosi dalla Vezzali alla Pellegrini, dalla Kostner alla Idem, secondo i regolamenti del Coni lo fanno per diletto”. Come detto, un falso problema, perché oltre alla Vezzali, alla Pellegrini, alla Kostner o alla Idem, questo “diletto” appartiene anche ai Montano, a Magnini, ai Tomba o ai Bergamasco.


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