Rugby in rosa: quando Paolo Rosi ‘sdoganava’ il rugby femminile

L’ex campione e telecronista Rai dedicò sulle pagine de La Stampa dell’aprile 1991 un articolo alla palla ovale femminile.

Il mondiale da record in Francia pochi mesi fa ha lanciato definitivamente il rugby femminile nell’immaginario mondiale. Le tre vittorie delle azzurre nell’ultimo Sei Nazioni hanno fatto scoprire la palla ovale in rosa anche a quell’Italia che non se ne era mai (voluta) accorgere. Eppure, già nel 1991, un grande cronista ‘sdoganava’ il rugby femminile. Era Paolo Rosi e nel libro “Una finta a destra, una sinistra – Paolo Rosi, il primo italiano a segnare a Twickenham” Federico Meda ce lo ripropone. Eccolo, integralmente.

Cade il mito del rugby sport per soli uomini. Primi mondiali femminili in Galles. Al via anche la nazionale italiana.

Prende il via domani in Galles la prima edizione della Coppa del Mondo di rugby femminile. Dodici le nazioni partecipanti che sono state suddivise in quattro gironi. Del girone 1 fanno parte Nuova Zelanda, Canada e Galles; del 2 Francia, Giappone e Svezia; del 3 Usa, Olanda e Urss e del girone 4 Spagna, Inghilterra e Italia. Lo scontro diretto tra le vincenti del girone 1 -3 e 2-4 deciderà le due formazioni finaliste. L’esordio delle azzurre è previsto per lunedì 8 aprile a Llanharen contro l’Inghilterra. Due giorni dopo l’Italia affronterà la Spagna al Glamorgan Wanderers. La finale si giocherà il 14 aprile all’Arms Park di Cardiff.

In un clima di semiclandestinità è stata varata la prima edizione della Womens Rugby World Cup 1991 in calendario dal 6 al 14 Aprile nel Galles per la designazione della prima squadra femminile campione del mondo. L’Italia è inserita nel girone dell’Inghilterra, grande favorita con Nuova Zelanda e Usa e può soltanto sperare in un successo sulla Spagna, considerando che l’unico precedente parla in favore delle azzurre. Il mondo del rugby femminile sorto recentemente tra mille difficoltà e perplessità è dunque in marcia. Nasce spontanea la domanda se è possibile conciliare la componente fisico-culturale femminile con uno sport che fa leva sul combattimento, sullo scontro fisico non di rado a rischio. In un noto romanzo di David Storey, da cui fu ricavato un premiato film con Richard Harris, incentrato su un crudele scenario del rugby inglese, il protagonista pronuncia la frase: «Il rugby è il solo sport rimasto agli uomini».

La corsa inarrestabile del femminismo ha cancellato anche questo pregiudizio, uno degli ultimi fortini su cui si arroccavano i resti dell’ostinato maschilismo. In pochi anni il rugby femminile ha piantato le sue radici un po’ dovunque dando vita ad un fenomeno quantitativamente modesto, ma votato alla crescita, trainato com’è da quei movimenti sorti nei Paesi di consolidata tradizione rugbistica, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, oppure sulla spinta delle tensioni politico-sociali negli anni della contestazione studentesca, dove il credo sulla parità della donna aveva un ruolo primario com’è avvenuto nelle Università Statunitensi. Il passo della storia è accelerato ed i mutamenti nella realtà quotidiana avvengono in tempi brevi. Viene fatto di pensare all’atletica femminile, tenuta al bando dal movimento olimpico sino al 1928 ma definitivamente accolta soltanto dopo la fine della seconda guerra mondiale, a dispetto delle sue tradizioni elleniche che pure non consentivano alla donna l’accesso allo Stadio Olimpico. La francese Alice Milliat, apostolo dell’atletica femminile, ha impiegato una vita di lotta per l’affermazione del diritto all’emancipazione sportiva della donna.

Il rugby femminile nasce per germinazione spontanea, per spirito di imitazione, tra difficoltà e diffidenze ma in breve tempo ha ottenuto il riconoscimento ufficiale delle varie Federazioni nazionali. Il 19 gennaio 1991 segna un momento storico per il movimento nel nostro Paese, la Federazione Italiana Rugby lo ufficializza e lo fa proprio, sino al 15 Ottobre 1990 era gestito da una Lega affiliata all’Isp. La prima squadra femminile vide la luce a Milano nel 1978. Dal 1984 si disputa un regolare campionato nazionale, quest’anno vi hanno aderito otto squadre (Treviso che domina la scena, Vicenza, Rho, Milano, Villa Pamphili Roma, Bologna, Deledda Cagliari e Lazio) ma il movimento è alimentato in altri centri e le difficoltà economiche restano la causa primaria che frena lo sviluppo.

Permangono inoltre diffidenze e resistenze, resta l’interrogativo se certe attività, discipline, strettamente connaturate all’uomo maschio, possano essere occupate dal pianeta femmina soltanto invocando un legittimo diritto di parità, travalicando diversità che non possono essere ignorate. Dalle origini l’uomo si è dedicato alla caccia al combattimento per difendere la prole accudita dalla donna, millenni di storia si sono perpetuati in questa realtà, la donna guerriera, la Walkiria restano figure mitiche. Tornando al rugby è arduo coniugare al femminile certi momenti del gioco, i devastanti raggruppamenti, il placcaggio, la mischia, ma sono immagini legate al grande rugby e quello femminile non potrà che essere più «soft».

Per meglio capire il fenomeno, occorre invocare valori di questo sport al di là del mercato tecnico-agonistico, quali l’esaltazione dello spirito di aggregazione, di solidarietà, di amicizia che smentiscono certe affermazioni secondo cui le donne non possono essere amiche ma soltanto rivali, che tra gli uomini non c’è rivalità fisiologica e tra le donne si, anche se la risposta del femminismo è che l’amicizia tra gli uomini e la rivalità tra le donne sono un «prodotto storico» creato dall’uomo per «asservirle». Il rugby femminile fatalmente indirizza su terreni minati, ma considerando che è un movimento volontaristico che chiede soltanto di esistere, diamogli pieno diritto di cittadinanza e coltiviamolo.


Foto | Elena Barbini