Sport & Professionismo: quella battaglia antisessista in un mondo dilettantesco

Su internet è stata lanciata una petizione per dare alle atlete donne lo status di professioniste. Ma in Italia anche gli uomini sono dilettanti.

A lanciare la campagna è stata una rugbista, Chiara Campione, insieme alle sue compagne di squadra. Su internet hanno lanciato una campagna rivolta al presidente del Coni Giovanni Malagò affinché riconosca lo status di professioniste anche alle atlete donne. Oggi, infatti, dalla sconosciuta marciatrice di provincia fino a Federica Pellegrini, nessuna sportiva è riconosciuta come professionista.

Da qui la battaglia, che dai social è rimbalzata fin sulla stampa, affinché il Comitato Olimpico equipari uomini e donne. Una battaglia giusta, va detto, ma che ha un limite. In Italia, infatti, il problema del professionismo sportivo non è esclusivo delle donne. Da noi, infatti, solo un pugno di sport (calcio, basket, ciclismo, motociclismo, golf e pugilato) hanno lo status (e solo in determinate categorie) di sport professionistico. In tutti gli altri, dal rugby allo sci, passando per il tennis e la pallavolo, gli atleti sono dilettanti. Non hanno diritti, non hanno trattamento pensionistico, mutua o trattamento di fine rapporto.

In Italia il professionismo sportivo è regolato dalla legge 91 del 1981, che lascia alle federazioni la possibilità decidere chi è professionista e chi no. E, come detto, solo una manciata di sportivi sono considerati tali. Per gli altri, che siano uomini o donne, la condanna è quella al dilettantismo. Con tutti i limiti del caso. Insomma, la battaglia delle rugbiste di Roma è, idealmente, giusta, ma viene combattuta su un terreno dove il professionismo praticamente non esiste. La battaglia, dunque, va fatta. Ma non per le donne, per tutti.


Foto | Elena Barbini

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