Italrugby: Sei Nazioni, Pro 12, Mondiali… il 2015 della verità

I prossimi 12 mesi sono decisivi per il rugby azzurro d’alto livello, dopo un anno disastrato. Ma non c’è da farsi grandi illusioni.

Cosa resterà di quest’anno 2014? Speriamo poco, se si parla di rugby e di Italia. Gli ultimi 12 mesi hanno regalato ben poche gioie e tanti problemi alla palla ovale d’élite del Belpaese, dalla nazionale che fatica a ottenere risultati allo smembramento di Treviso, passando per l’eterna incompiuta Zebre fino a giungere all’Eccellenza sempre meno eccellente. Un 2014 che, però, ci ha guidati verso un 2015 che è anno mondiale e per l’Italrugby tanti nodi verranno al pettine.

L’Italia di Jacques Brunel ha vissuto un anno orribile, con la sola vittoria con le Samoa, ma soprattutto si è confermata squadra dalla coperta cortissima. I giocatori sono quelli, molto da inventare non c’è, e anche in ottica Sei Nazioni non ci si può aspettare grandi sorprese dal coach azzurro. Certo, qualche giovane che si è fatto notare in Pro 12 c’è, ma bisogna capire se sia il caso di buttarlo nella mischia dopo solo tre mesi di rugby internazionale. Per i Bacchin, Zanusso, Barbini, Padovani o Fabiani ci si rivedrà dopo i Mondiali, per ora quello che c’è c’è. Insomma, Brunel non potrà inventarsi molto e se il 2015 sarà diverso dal 2014 dipenderà se l’Italrugby si ritroverà come ha iniziato a fare a novembre, o meno. Inventarsi cambiamenti epocali in una squadra di giocatori già formati è impossibile, quindi il compito del ct francese sarà quello di tirare fuori il meglio possibile dal materiale umano a disposizione, sperando che i limiti visti anche nei due derby celtici (giocatori con lacune nelle skills, incapacità di concretizzare, indisciplina) vengano limitati.

Proprio questi limiti sono la zavorra che l’Italia ovale si trascina anche nella Guinness Pro 12. La ‘guerra tra poveri’ che vede le due franchigie italiane lottare per evitare l’ultima piazza è figlia dei problemi politici e gestionali esplosi negli ultimi due anni, ma che hanno origini lontane. Lo abbiamo già detto – a costo di offendere la suscettibilità di alcuni -, ma aggiungere degli asterischi in fondo ai nomi dei convocati non significa garanzia di qualità. Difficile che il 2015 sia l’anno della rinascita, perché i problemi partono da lontanissimo, dal rugby giovanile, dall’incapacità delle Accademie di ‘insegnare’ l’abc del rugby ai ragazzi, che poi sbarcano in Eccellenza, Pro 12 e anche in azzurro anni luce lontani dai loro colleghi stranieri. E aggiungere un coach delle skills che proviene proprio dalla filiera federale delle Accademie appare più una toppa per coprire una voragine che la soluzione ai problemi. Insomma, anche qui – come ha dimostrato Treviso nei due derby – se il 2015 vuol essere migliore del 2014 si deve sperare nel cuore, nella carica agonistica dei ragazzi – e di chi deve trasmettergliela – piuttosto che da una evoluzione del gioco delle due squadre, che può avvenire solo con la programmazione (impossibile nel primo quadriennio celtico viste le scelte assurde della Fir dal 2008 a oggi, ndr.) e con il tempo. Per questo sarà l’autunno del 2015 a dire se, finalmente, Treviso e Zebre saranno state in grado di costruire due squadre competitive o se si saranno perse nei meandri delle beghe da condominio e da una politica autoreferenziale e poco più.

Si arriva, così, ai Mondiali di “Inghilterra 2015” a settembre. L’Italia è nel girone con Francia, Irlanda, Romania e Canada. Se, e ribadisco se, il blackout azzurro della fine 2013 e 2014 è stato superato, allora gli scogli Romania e Canada non possono – e non devono – preoccupare. La qualificazione ai quarti passerà, dunque, dalle sfide contro Francia e Irlanda. Ci sono possibilità? Difficile, le due formazioni sono sulla carta superiori all’Italia, con l’Irlanda lanciatissima, mentre la Francia è piena di problemi, ma ci ha abituati a ritrovarsi nei momenti clou. Ma Irlanda e Francia sono anche due squadre che questa Italia, negli ultimi anni, ha saputo battere e, così, non si può arrivare all’appuntamento iridato dando gli azzurri già per sconfitti. Con tutti i limiti di cui abbiamo già parlato, senza pensare che esistano pozioni magiche o miracoli che ci facciano scoprire talenti incredibili nei prossimi mesi, o altro. Ma, come detto per il Sei Nazioni, da questo materiale umano Jacques Brunel ha dimostrato nel 2013 di poter tirare fuori una squadra in grado di mettere in difficoltà squadre come l’Irlanda o la Francia e sarà proprio questo l’obiettivo cui puntare. Per quel gruppo di azzurri che ‘tirano la baracca’ da anni e che ai Mondiali avranno una delle ultime chance per vestire la maglia dell’Italia, così come per quella schiera di giovani, o meno giovani, – da Campagnaro a Morisi, passando per Allan, Gori, Palazzani, De Marchi, Sarto, Favaro e altri – che devono dimostrare che il futuro dell’Italrugby può passare dalle loro mani e che sono pronti a prendere l’eredità dei Bergamasco, dei Bortolami, dei Castrogiovanni e dei Parisse.

Questo è il 2015 del rugby italiano d’élite. Un anno fondamentale, ma che deve venir affrontato senza illusioni. Perché i problemi – e non solo dell’eccellenza ovale – nascono da lontano e ci vorranno anni per risolverli (sempre che, chi ne ha il potere, sappia e voglia farlo, ndr.). E non è con un equiparato dell’ultimo momento, con un tecnico aggiunto in corsa, con un investimento (?) immobiliare o con i proclami che si cambia. Ma programmando. Programmando la crescita dei giocatori, quella dei tecnici che devono insegnare a giocare ai giocatori, quella dei dirigenti. Senza cercare né scorciatoie né scuse. Né lamentarsi, ma dopo, quando non si ha avuto il coraggio di cambiare quando si ha avuto l’occasione.


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Foto | Elena Barbini

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